“Il mondo è tutto ciò che accade”: dai miti alla letteratura, le religioni, la vita reale

FORLÌ. «Terreno d’indagine sul mistero del tempo presente e le sue contraddizioni», il variegato universo fotografico di Silvia Camporesi si arricchisce con la pubblicazione de Il mondo è tutto ciò che accade e con il nuovo ciclo delle sue “Conversazioni sulla fotografia”, al via il 28 febbraio alle 20.30 al Deposito Zero Studios (via Asiago 14) di Forlì, con la presenza di Luca Campigotto, tra i più importanti e riconosciuti autori italiani contemporanei.

Il volume dell’affermata artista forlivese, presentato il 19 gennaio a Ravenna, è un’antologia completa della sue opere. Il ventennale percorso artistico è suddiviso per sezioni tematiche, introdotte da una scheda, curata dalla stessa autrice, che ne contestualizza il lavoro, con un testo di Claudia Casali, direttrice del Mic di Faenza, che riporta una conversazione tra l’artista e il critico e curatore Carlo Sala.

Attraverso i linguaggi della fotografia e del video, Silvia Camporesi continua a costruire racconti che traggono spunto dal mito, dalla letteratura, dalle religioni e dalla vita reale.

Camporesi, perché questo libro antologia con il titolo tratto da una frase di Wittgenstein?

‹‹Il progetto, nato su proposta dell’editore Danilo Montanari, fa parte di una collana dedicata ai fotografi, ed è stato per me l’occasione di rivedere tutti i miei lavori, di farne una selezione ragionata, realizzando che lavoro nella fotografia da quasi vent’anni! L’intitolazione è un legame con le mie origini. Mi sono formata nel campo della filosofia e la mia tesi fu proprio sul “Tractatus” di Wittgenstein, opera dalla quale il titolo è tratto››.

Anche la fotografia si può quindi considerare come un atteggiamento logico e filosofico?

‹‹La fotografia è uno strumento, lo si può usare in molteplici modi, diversissimi l’uno dall’altro. Oggi dire “sono un fotografo” non significa nulla, perché la parola è diventata fin troppo generica e necessita di una specificazione che ne delimiti il campo di applicazione. Nel mio caso la filosofia entra nella mia progettualità sotto forma di metodo, di atteggiamento, ma non trovo sia direttamente connessa alla fotografia››.

Un altro aspetto del mondo delle sue immagini è quello, come ha sottolineato Concita De Gregorio, di sembrare «ricordi di sogni che non riusciamo a ricordare».

‹‹La lettura che ha dato delle mie immagini è stata un rivelazione: in fondo cerco sempre di ottenere immagini che sembrino il ricordo di un sogno indefinito, quel che faccio è togliere dettagli, pulire l’immagine fino a che il soggetto, sia esso un interno o un paesaggio, diventi qualcosa di “puro”, essenziale, senza interferenze e che conservi quell’aura di magico che spesso ci portiamo al ritorno dai sogni››.

Quali tipo di progettualità c’è dietro una manifestazione come “Conversazioni sulla fotografia?

‹‹Ormai giunti alla decima edizione, questi incontri sono un momento importante per chi si interessa di fotografia. È l’occasione per conoscere dal vivo importanti fotografi italiani, attraverso i loro racconti e la visione delle loro immagini. Ovviamente è determinante il racconto della progettualità che porta ogni autore. In occasione di questo anniversario uscirà a breve un libro, edito da Contrasto, con una selezione delle “Conversazioni”››.

Ultimamente lei ha volto la sua ricerca al paesaggio italiano, e ha recentemente presentato a Città della Pieve una mostra dedicata ai teatri di Umbria e Marche.

‹‹Il mio ultimo progetto, ancora in corso, si intitola Mirabilia: una ricerca di luoghi insoliti e curiosi del territorio italiano. Il paesaggio, reale o immaginario (a volte costruisco dei luoghi in studio e poi li fotografo come fossero reali) è il soggetto che più mi appartiene in questi ultimi anni. Non so il perché, questo devo ancora capirlo››.

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