«La musica è sesso puro. Ti dà emozioni che... Ma non certo il rap!»

Mer 9 Gennaio 2019
Giulia Farneti


Ha fatto “vibrare” le corde della sua chitarra per i cantautori più importante del calibro di Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Ron ed Eugenio Finardi; della sua tecnica e dei suoi assoli dalla particolare intensità si sono avvalsi anche Loredana Bertè, Paola Turci, Nek ed Anna Tatangelo. Ricky Portera, nome d’arte di Vincenzo Portera, è uno dei più noti chitarristi nostrani che venerdì 11 gennaio si esibirà – insieme alla sua band composta da Granito Morsiani alla batteria e da Gigi Puzzo al basso – alle 22.30 all’House of Rock di Rimini. 

Cofondatore degli Stadio, coni quali si è cimentato anche in vesti di cantante nei brani “Un fiore per Hal” e “La mattina” , è stato uno storico collaboratore di Lucio Dalla il quale gli ha dedicato il brano “Grande figlio di puttana” che divenne nel 1982 il primo successo degli Stadio. Ha continuato la carriera di session man collaborando con i più svariati artisti del panorama musicale, partecipando anche al Festival di Sanremo nel 1996 al fianco di Paola Turci per il brano “Volo così” e nel 2006 con Anna Tatangelo per il brano “Essere una donna”. Abbiamo parlato con lui della sua carriera. 

Portera, lei e la musica: quando è scoccato quest’amore?

«Posso dire non appena sono uscito dal ventre di mai madre; è come se gli angeli suonassero già musica.

A 3 anni sognavo già l’arte delle note. Per me la musica è sesso puro; le emozioni che dà lei non le dà nessuna». 

Le sue sono origini siciliane, ma della sua terra cosa porta con sé?

«Cerco di portare la mia terra sempre con me, pur non avendo vissuto da siciliano. Dimentico tutte quelle caratteristiche negative come la criminalità organizzata e i comportamenti a volte arroganti di una popolazione che è stata bistrattata. Porto con me il sangue che scorre dentro di me, la mia chitarra e l’odore della Sicilia.

Mia madre mi ha sempre detto che puzzavo come lo Stretto di Messina, non ho mai capito se fosse un complimento o meno». 

È un noto chitarrista, ma è stato lei a scegliere questo strumento o il contrario?

«È stata lei a catturarmi. Preferivo leggere fumetti piuttosto che studiare per le lezioni che mi pagava mia madre; ecco che un bel giorno me la ruppe sulla testa. Da quel momento, per una strana magia, il mio rapporto con la chitarra è stato indissolubile». 

Tutto è iniziato con Club 61 nel lontano 1972. 

«Molto prima, forse. Studiavo nella stessa scuola di Vasco Rossi e fino ai 22 anni siamo stati grandi amici.

A 11 anni mossi i miei primi veri passi nella musica che mi stravolse la vita perché la musica non ha eguali e, se riversiamo su di lei le nostre emozioni, è un ottimo traduttore delle stesse. Nei momenti bui, è sempre stata efficace». 

Con Gaetano Curreri è stato fondatore degli Stadio, la cui musica è entrata a far parte del nostro quotidiano. Perché secondo lei?

«Lavoravamo insieme da 10 anni. Siamo sempre stati veri e genuini e questa nostra musica ha sempre raccontato verità che non possono essere cancellate». 

Lei ha anche lavorato con Lucio Dalla.

Cosa ci ha lasciato il grande cantautore bolognese?

«Con Lucio ben 32 anni insieme. Tutti moriremo secondo la logica della vita, ma beato chi ci lascia un sorriso e un’emozione. Lucio è stato questo e molto di più. I suoi testi erano e rimarranno sempre poesie con importanti messaggi sociali.

Oggi invece la musica è a-culturata con rapper come Fedez, Sfera Ebbasta e J-Ax che deviano le nuove generazioni; si tratta di artisti che si elevano come degli dei con messaggi che però già conosciamo...». 

Ha collaborato con i più grandi artisti del panorama italiano e non solo. Tra i tanti, c’è qualcuno che più di altri le ha lasciato qualcosa in più?

«Ron, Francesco De Gregori e Lucio sono patrimonio culturale della nostra vita, oltre che un esempio per tutti noi. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Grazie a Dalla ho scritto canzoni di cui sono molto orgoglioso». 

La musica è davvero il linguaggio universale?

«Assolutamente sì.

Basti pensare a opere liriche scritte molto tempo fa e che ancora oggi sentiamo come quelle di Verdi, Puccini e Rossini. Che vita sarebbe senza musica?». 

C’è stato un momento nella sua carriera che ha pensato di lasciar perdere tutto e cambiare vita?

«Sì, da quando sono venuti a galla rapper che riempiono gli stadi, mentre magari io faccio fatica a fare una serata. Probabilmente loro non sanno che il rap è nato dai portoricani che hanno iniziato a dire la loro in seguito alla loro condizione socio-politico-economica». 

Prenotazioni: 349 5605443

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