Mario Proli e la storia del commercio in Romagna

Vere e proprie vetrine della modernità, le esposizioni commerciali, nate tra Ottocento e Novecento per favorire e mostrare i risultati dello sviluppo economico raggiunto, ma anche come tentativo di rafforzare un senso d’identità della regione, sono state oggetto a Forlimpopoli del convegno “L’irresistibile fascino del progresso: le Esposizioni emiliano-romagnole (1888-1908)”. Promosso dalla Fondazione Italia Argentina-Emilio Rosetti, tra i relatori anche il giornalista e saggista Mario Proli (“Risorse, progetti e sogni: la Romagna in mostra, alla ricerca dei mercati e delle identità”). Proli, forlivese, è autore del volume Storia del commercio in Romagna. Da Roma all’anno Duemila (Il Ponte Vecchio).

Proli perché ha indicato come punto di partenza della sua storia del commercio “La Romagna” di Emilio Rosetti?

«È un punto di partenza perché costituisce il primo approccio di tipo scientifico alla definizione dell’identità geografica romagnola. L’ingegnere forlimpopolese (1839-1908) ha codificato i confini e approfondito contenuti dopo quindici secoli di assetti a geometria variabile, che era sostenuta dal valore primario di auto-riconoscimento dei suoi abitanti, ma che risultava priva di una analisi. Se la Romagna è sempre stata ed è ancora oggi un’isola del sentimento, Rosetti ne ha delineato i caratteri culturali, linguistici, morfologici e topografici. La sua opera è frutto dello spirito scientifico dell’epoca, figlio del positivismo e della ricerca antropologica».

Il passaggio al mercato nazionale avvenuto con l’Unità fu epocale anche per la Romagna?

«Proprio così. Oltre all’Unità d’Italia, che in primo luogo contribuì ad abbattere frontiere e barriere daziarie tra gli stati, il mercato nazionale venne costruito grazie alla nascita della rete ferroviaria. Benché abbozzata in precedenza, in alcune zone, rotaie e traversine vennero posate con grande intensità proprio dal 1861. A quell’anno, ad esempio, risale l’arrivo dei primi treni a vapore nelle principali stazioni romagnole della linea parallela alla via Emilia. Il mercato nazionale impresse vigore industriale e commerciale ma non mancò di determinare crisi tra piccoli artigianati e vetturali, schiacciati dalla concorrenza del trasporto su rotaia e dall’arrivo di prodotti a minor costo. I benefici furono enormemente superiori ai problemi: apertura di nuovi mercati, maggiore mobilità delle persone, delle idee e del credito, sprone allo sviluppo produttivo».

Quale spinta diedero personaggi come Nullo Baldini e imprenditori simbolo come Tito Pasqui, alla nascita di progetti di commercio improntati al solidarismo?

«Tra gli elementi di fondo della struttura produttiva e commerciale romagnola d’oggi spicca la qualità delle relazioni sociali e territoriali. Nullo Baldini ne è icona. Il mutualismo, la solidarietà tra persone, l’inclusione e l’accoglienza, sono alla base del movimento cooperativo che dai braccianti si è evoluto in agricoltura, allevamento, commercio, servizi, comunicazione, cultura, sanità, nel turismo. Così come, sempre a cavallo tra Ottocento e Novecento, spicca la testimonianza di Tito Pasqui, improntata alla conoscenza, al confronto e alla comparazione, allo sguardo internazionale, alla sperimentazione».

Quale fu l’importanza che assunse in Romagna la diffusione del “negozio” come unità commerciale di vendita?

«Nelle città di Romagna i negozi si affermano con ritardo rispetto alle grandi città italiane e seguirono una doppia direzione. Alcuni, la maggior parte, partirono come piccoli bazar con articoli da varia natura e con prezzi oggetto di contrattazione, come in precedenza. Altri affinarono un indirizzo merceologico preciso e cominciarono ad adottare prezzi fissi per gli oggetti messi in vendita».

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