La recensione: Fiori e “L’ultima transumanza” di Maurizio Sentieri

L’ appeninitudine non ha niente a che fare né con il luogo di nascita, né con quello di residenza, continuo ostinatamente a pensare. Appenninitudine come sentimento d’appartenenza a un luogo, di attrazione fisica e spirituale, che prescinde legami famigliari o necessità lavorative. L’appeninitudine, come ogni appartenenza a un luogo, la si costruisce giorno dopo giorno, con un investimento eperienziale ed emotivo, vado ripetendo.

O forse no? Mi chiedo leggendo e rileggendo il nuovo libro di Maurizio Sentieri, “L’ultima transumanza. Dagli Appennini appunti per il domani”, uscito nella primavera scorsa per Rubettino (pp. 170, euro 15). Perché Sentieri, che vive tra il Ponente Ligure e l’Appennino Tosco-Emiliano, parte dalla sua vicenda personale e famigliare per raccontare la mortifera desertificazione di questa spina dorsale italiana, «un territorio enorme in cerca di una nuova identità».

E allora io, nipote di mezzadri, inurbato di terza generazione, mi chiedo se la mia frequentazione, la mia attrazione per l’Appennino possa essere ricondotta in qualche modo a un’appartenenza almeno sentimentale a questa meravigliosa catena che corre da nord a sud, che collega o che potrebbe collegare passato e presente di un Paese che sconta ancora oggi uno sviluppo senza progresso. Parole di Pier Paolo Pasolini, uno dei numi tutelari che aleggiano, esplicitamente o implicitamente, su tante pagine del libro. Insieme a lui Cesare Zavattini, che era di casa a Cerreto Alpi, un piccolo borgo in provincia di Reggio Emilia, a quasi mille metri d’altezza dove oggi vivono poco più cento abitanti, che è il paese d’origine della famiglia di Maurizio Sentieri e di un vero e proprio sciamano appenninico: Giovanni Lindo Ferretti. Un paesino che, per geografia, economia e antropologia può rappresentare i tanti altri disseminati negli Appennini. Luoghi dove qualcuno risiede da generazioni, dove qualcun altro trascorre l’estate o si è trasferito in cerca di una vita diversa da quella urbana, omologante, se non alienante.

La scelta di Tonino

Una fuga, una scelta, che Tonino Guerra mise in poesia ne “Il miele” esattamente quarant’anni fa, nell’ormai lontanissimo 1981, «un libro che diventa sempre più bello ogni anno che passa», scrisse Italo Calvino qualche tempo dopo. «Ò ciap un tréno in chéursa ch’eva stènt’an finóid / e quatar dè. A n u n putéva piò da stè in zità», ho preso un treno in corsa che avevo settant’anni finiti e quattro giorni. Non ne potevo più di stare in città.

Così incomincia un poema picaresco che fotografa subito il luogo: un paese appenninico abbandonato nel dopoguerra: «È pieno di case vuote. Da milleduecento che eravamo, / ci siamo ridotti in nove: …».

Ed è proprio sulle ragioni di questo esodo, che accomuna l’Emilia alla Romagna e a tutte le altre province appenniniche, che si interroga e ci interroga Maurizio Sentieri. Lo fa a partire da quella perduta, epica ritualità stagionale che era la transumanza, quell’andare su e giù per gli Appennini due volte all’anno, portando le bestie in pascoli diversi a seconda della stagione. «Forse ne avremmo anche potuto narrare e farne un’epopea alla maniera dei cowboys delle praterie americane e ne abbiamo fatto un niente, qualcosa da nascondere sotto la polvere di un misero passato».

Le ricette immateriali

Non mancano nel libro, che ha forma rapsodica, pagine dedicate al cibo in senso lato, a quelle “ricette immateriali” che da anni Sentieri raccoglie e racconta sulla rivista culturale online Doppiozero, con ostinata determinazione, certo che possano anche rappresentare tracce utili per nuovi viatici.

«Sui monti che guardano il mare, sui monti che scendono al mare, sui monti che sembrano sognare il mare: è sempre su quelle terre fragili e precarie che hanno camminato le genti che hanno vissuto di alimentazione mediterranea, così come le merci e le derrate che l’hanno resa tale».

Perciò gli Appennini non sono solo una preziosa riserva naturalistica da proteggere, ma anche una riserva di umanità, di culture, di alimenti e di cibi da conoscere, da difendere, da vivere. Ogni tanto mettiamoci anche noi «dri ma Pinèla e’ cuntadóin / ch’e’ zirca e’ mél dagli évi selvàtichi», dietro a Pinèla il contadino / che cerca il miele delle api selvatiche. Perché? Per fargli compagnia, per imparare qualcosa, per passare il tempo o solo per soddisfare la nostra appenninitudine.

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui