La Giostra di Cesena si lega al Saracino di Arezzo

I tornei cavallereschi, pur con funzioni diverse rispetto a quelle che avevano quando nacquero nel medioevo e nel periodo in cui furono riscoperti e rilanciati durante il regime fascista, conservano intatto il loro valore quando hanno un solido retroterra storico. E la Giostra di Cesena ne ha uno molto forte che si può fare fruttare se lo si accompagnerà con alcune azioni necessarie per fare il definitivo salto di qualità.

È il messaggio che arriva da Saverio Crestini, che questa sera alle 21 terrà a Palazzo del Ridotto una conferenza sulla Giostra del Saracino di Arezzo. Coordinato da Luciano De Troia, è uno degli eventi collaterali all’evento clou delle lizze tra cavalieri in armatura che si terranno in piazza del Popolo domenica prossima, alle 18.

Crestini è un grande conoscitore del mondo dei palii, e in particolare di quello della sua città toscana, dove è nato nel 1987. Lì ha respirato per la prima volta l’atmosfera della Giostra del Saracino, facendo il suo primo ingresso in piazza Grande, con il costume dell’Associazione Sbandieratori di Arezzo, quando aveva solo 9 anni. Poi ne ha studiato in profondità la storia, scrivendo il libro “Arezzo 1931-La Rinascita del Saracino”.

Fu appunto 91 anni fa – spiega – che «la Giostra del Saracino, che ha origini trecentesche fu riproposta per un motivo politico-culturale: fare rinascere antiche tradizioni e rinsaldare certi valori comunitari, nel contesto della propaganda fascista». Ma erano vari i motivi di quella «riscoperta, che fu fondata su una ricca documentazione, a partire da regolamenti datati 1677 in cui si parlava di disputa di cavalieri contro il buratto». Per esempio, era anche «uno strumento di controllo politico su uno dei quattro quartieri che si sfidano, che era antifascista».

Da allora, salva una sospensione dal 1941 al 1947 per le vicende belliche, la Giostra aretina si è sempre svolta due volte all’anno, mentre nei tempi più remoti non aveva una cadenza fissa, ma «veniva organizzata quando si volevano celebrare elite nobiliari».

Il modo in cui è cresciuta nel tempo è molto interessante per capire il percorso che potrebbe seguire la Giostra cesenate, che si tenne ininterrottamente dal 1465 al 1838 ed è ora giunta alla 7ª edizione nella versione “contemporanea” (ma quella di domenica sarà la quinta volta in cui si sono le sfide tra cavalieri), grazie alla passione di un’associazione guidata da Daniele Molinari, col sostegno del Comune. «Ormai – osserva Crestini – ci sono centinaia di pali che provano a imitare quello di Siena, ma vanno a morire quando sono privi si un retroterra storico. Non è un rischio che corre la Giostra da Cesena, che ha tutte le carte in regola per avere una continuità e ritagliarsi uno spazio importante». Vale la pena puntarci, perché oggi questo tipo di manifestazione «ha un’importante valore sociale: è un’occasione di convivio per fare ritrovare migliaia di persone delle varie generazioni». Inoltre, «può avere grandi ricadute turistiche». Infine, quando ha un’organizzazione per rioni, ha «una funzione proattiva, trasformando i quartieri i loro abitanti in piccole patrie».

Per valorizzare tutto al meglio ci sono alcuni piccoli segreti. Uno è la valorizzazione museale: «Ad Arezzo ci sono ben quattro musei della Giostra, uno per ogni quartiere», riferisce Crestini. A Cesena l’obiettivo è crearne uno che potrebbe avere una splendida collocazione alla rocca. Un’altra esigenza è il sostegno e la partecipazione pubblica in prima linea: «Ad Arezzo era nata anche una specifica Istituzione Giostra, come ente parallelo del Comune, che poi è tornato alla gestione diretta, ma con una governance fondata su una precisa organizzazione».

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