La Fip stavolta si è mossa per tempo, ma sul protocollo anti-Covid resta qualche zona d’ombra

Memore dell’esperienza della passata stagione, quando l’improvvisazione e la confusione l’hanno spesso fatta da padrone, quest’estate la Fip sembra essersi mossa in anticipo e ha già stabilito gran parte delle regole d’ingaggio. Ci riferiamo ai tanto “temuti” protocolli, pubblicati da pochi giorni e che eliminano, grazie all’adozione dei Green pass, la costosa e problematica catena dei tamponi settimanali. In sostanza chi, nel gruppo squadra, ha la certificazione verde, dovrà sottoporsi al tampone solo a 48 ore dal raduno e poi nel caso della presenza di sintomi o di positività riscontrate.

Chi, invece, il Green pass non ce l’ha, dovrà tamponarsi ogni 7 giorni per entrare in palestra e poi 48 ore prima di ogni partita. Queste regola, giusto sottolinearlo, vale per tutti, quindi giocatori, staff tecnico e medico e dirigenti. E, giustamente, pure giornalisti, fotografi e accreditati di ogni tipo dovranno esibire il Green pass per entrare nei palasport. Agli arbitri, ufficiali di campo ed osservatori degli arbitri, poi, la Fip ha riservato una misura ulteriore: chi non è vaccinato dovrà sostenere a proprio carico le spese per i necessari tamponi.

Insomma, regole in gran parte chiare e che non lasceranno spazio, come successe invece la scorsa estate, alle interpretazioni individuali, mettendo fra l’altro sullo stesso piano da subito i match amichevoli e quelli ufficiali. Giusto poi uniformare i protocolli di tutti i campionati veramente Nazionali, ovvero dall’A1 alla B maschile e l’A1 e l’A2 femminile, al di là dello status o meno di professionismo. Insomma, le regole ci sono, posto che dovranno essere fatte rispettare e non interpretate, a cominciare dalla presenza di pubblico sugli spalti (attualmente al 35% della capienza), passando per la gestione dei casi di positività e finanche al numero massimo di persone ammesse al palazzo per motivi organizzativi (150 in A2 e 100 in B, escludendo le 25 per ogni gruppo squadra).

Zone d’ombra e pretese

In due punti il protocollo non convince. La dinamica della gestione di un positivo, continua infatti a non tenere in considerazione la superiore autorità delle Asl locali rispetto ai regolamenti sportivi. In sostanza se un componente del gruppo squadra risultasse positivo, tutti gli altri effettueranno un tampone molecolare e chi sarà negativo può tornare da subito in palestra. Molto bello ed efficiente sulla carta, ma l’ultimo campionato ci ha insegnato come ogni Asl abbia tenuto atteggiamenti differenti nei confronti dei gruppi sportivi, senza dimenticare poi i soliti furbetti pronti ad “adattare” le dimensioni del focolaio alle esigenze… sportive. Difficile, vero, trovare una soluzione perfetta e giusto capire cosa succederà poi con i regolamenti relativi al rinvio di partite causa Covid, ma l’imperativo resta eliminare gli spazi di manovra “individuali”.

Interessante, al proposito, l’aggiunta relativa ai tamponi pre partita: nel caso non ci sia tempo, accertata una positività, per avere il verdetto dei tamponi molecolari, basterà un tampone rapido per ottenere il via libera a giocare, ma nelle 24 ore successive alla partita il gruppo squadra dovrà sottoporsi ad un altro molecolare. Giusto. Per inciso il protocollo non esclude aggiornamenti futuri, magari prevedendo l’adozione dei tamponi per tutto il team con il sistema “pooling”, in base al quale il materiale biologico prelevato con diversi tamponi individuali viene diluito e miscelato e poi analizzato in un unico test di laboratorio. Basta un solo positivo per far risultare positivo il test generale e in questo caso si procede poi ai tamponi individuali. Insomma, meglio non cantar vittoria troppo presto.

Chiudiamo con le pretese di cui sopra. Difficile comprendere come, ancora oggi, i dirigenti sportivi non abbiano compreso le regole più elementari del contagio e nemmeno quale sia la reale funzione del vaccino. Continuare a chiedere di aumentare la capienza dei palasport, fino ad arrivare al 100%, ci lascia sinceramente attoniti. Prendiamo ad esempio Luca Baraldi, ad della Virtus Bologna, che ha recentemente affermato: “Il 35 per cento è una limitazione troppo bassa per pensare che la nostra stagione possa partire. Gli impianti devono essere completamente aperti a chi è in una condizione di non contagiarsi. Chi ha il green pass deve poter entrare e le società devono essere nella condizione di poterli accoglierli senza limitazioni”. Senza parole.

RICCARDO ROSSI

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