Non riuscì a ultimare l’estate. L’ultima settimana di agosto del 1929 la questura poneva i sigilli a porte e finestre e il tabarin del Kursaal chiudeva i battenti. Le furibonde proteste contro «quella indecenza» avevano superato il limite di guardia ed erano arrivate in alto. Molto in alto! Più volte, in passato, su segnalazione dei benpensanti, le squadre del buoncostume si erano occupate del ritrovo – qualche tirata d’orecchio e alcune contravvenzioni –, mai però erano pervenute a così drastici provvedimenti. Le denunce non andavano per il sottile: parlavano di «ricettacolo di tutto il cocottume internazionale». Si mormorava, addirittura, che dietro la vistosa eleganza delle donnine del locale si celassero entraîneuses stipendiate e che tra i gentlemen in frac e smoking dai capelli impomatati di brillantina, ci fossero avventurieri senza scrupoli e lestofanti di bassa lega.
Che Rimini fosse una città di frontiera per i “passatempi” notturni non era un mistero. All’interno di certi esercizi pubblici aveva sempre dilagato il gioco d’azzardo. Su questa “divagazione”, contornata da disinvolte donzelle, troviamo testimonianze a bizzeffe sui giornali dell’epoca. Basti pensare che pochi mesi prima dell’ingresso dell’Italia nella Grande guerra, il 13 gennaio 1915, Il Giornale del Popolo si sfogava contro le case da gioco clandestine. «Le bische – scriveva – pullulano nella nostra città. Ce ne sono di tutte le classi, per tutte le borse. Bisogna estirparle. Non permettere che la mala pianta si tallisca, che altre ne sorgano accanto a quelle già da tempo esistenti». Su questo argomento lo stesso settimanale tornava il 27 marzo 1915 con un lungo e articolato brano che bollava con nome e cognome alcuni gestori di giochi illegali. E per essere esplicito indirizzava i tutori dell’ordine pubblico ad andare a controllare il «secondo piano della Villa Isotta», dove – a suo parere – «prospera una bisca» che attira personaggi equivoci.
Dopo questa digressione sul gioco d’azzardo torniamo al tabarin del Kursaal. Il colpo di grazia al locale lo sferrava il 2 agosto 1929 il Diario Cattolico, settimanale della curia riminese, definendolo una vera e propria «sconcezza», addirittura «scuola del vizio e della corruzione». Con questa tremenda dichiarazione si era cominciato a gridare allo scandalo. E ne era scaturito un putiferio. Che rimbalzava fino alle alte sfere della politica e del regime. Solo il periodico balneare Rimini la più bella spiaggia del mondo si schierava a favore del locale e con ironia goliardica non solo tesseva le sue lodi, ma difendeva a spada tratta anche quell’insieme di ben di dio rappresentato dalle sue «donnine consolatrici». Una difesa ad oltranza, ma inutile. Quel «paradiso di voluttà e di dissipazioni finanziarie» veniva chiuso d’ufficio e mai più avrebbe riacceso le sue compiacenti penombre.
Espressione del divertimento libertino, il tabarin rappresentava all’inizio degli anni Venti l’ambiente notturno che andava per la maggiore nelle grandi città. All’interno di questi luoghi di seduzione e di lussuria, nella debole luce degli abat-jour tra drappi di damasco rosso e profumi esotici, si muovevano stravaganti nottambuli in cerca di emozioni e artisti più o meno squinternati che cantavano e recitavano le storie e le sventure di bandoleros, gitani, gigolò, apaches e di tutti gli sbandati di ogni latitudine. Il clima che si assaporava in queste “taverne” intendeva evocare la pampa argentina, i deserti dell’Arizona, le periferie e i bassifondi delle metropoli. Era naturale quindi che Rimini, punto d’incontro estivo di gaudenti viveurs, si lasciasse attrarre dalle lusinghe di questa nuova moda che coinvolgeva, insieme con il mondo del divertimento notturno, anche la musica leggera, il gusto e il costume di una generazione.
Aperto nelle sale del Caffè-ristorante del Kursaal nell’estate del 1922 da Ubaldo Salvatori, uno che la sapeva lunga sui piaceri mondani dei tiratardi, il ritrovo riscosse per un lustro il plauso unanime della stampa cittadina. Cronache azzurre riferiva che dalla mezzanotte in poi nel tabarin «belle donnine e giovanotti spensierati» si divertivano a ballare «al suono di un quartetto più unico che raro» e il Gazzettino azzurro, aggiungeva: «Vi si danza con brio indiavolato, vi si stura lo champagne, vi si innalza un festoso inno alla vita e alla bellezza».
Dopo Ubaldo Salvatori, a marcare il carattere trasgressivo del locale, ci aveva pensato Giuseppe Damesin. Questi, nel 1926, in qualità di direttore, aveva orientato l’esercizio fuori dai canoni delle tradizionali distrazioni, regalando attimi proibiti agli insaziabili del jazz e dello champagne. Per compiacere questi nottambuli in cerca di emozioni e con portafoglio ben imbottito Damesin aveva arredato il ritrovo con piante esotiche, tappeti orientali, giochi di luci e ombre, soffici divani e … invitanti fanciulle. Ne era venuto fuori un «paradiso perverso», aperto a quanti volessero dimenticare affanni e dispiaceri o semplicemente addolcire la propria malinconia. Il cerchio dei frequentatori naturalmente si allargava e, anno dopo anno, crescevano anche i guai. Una situazione che nel 1929 diventava insostenibile e che determinava la chiusura.
Nato, con un brindisi, che inneggiava «alla vita e alla bellezza», il tabarin del Kursaal moriva alcolizzato come «scuola del vizio e della corruzione». Una fine decisamente ingloriosa.

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