Il blogger riminese in guerra: “Il popolo ucraino ha subito rialzato la testa”

«Siamo abituati a immaginarci gli ucraini come un popolo di badanti e cameriere. Vedere invece la modernità e l’efficienza di città come Kiev o Leopoli permette di capire quanto questo popolo sia forte e orgoglioso, capace di rigenerarsi e di rimettersi in piedi nonostante le bombe e la distruzione dei russi». Mirco Paganelli, 35 anni, giornalista professionista riminese, volto dell’emittente tv Teleromagna, lo dice chiaro e tondo. «Noi, dagli ucraini, abbiamo solo da imparare». Mirco è partito da free lance il 26 maggio da Rimini, ha preso un volo per la Polonia e poi ha raggiunto il confine ucraino. È lì, sul campo, non di battaglia ma di emozioni, quello formato dai fili d’erba delle persone “vere”, che ha avuto modo di formare il suo convincimento. «Ero partito a caccia di storie, per raccontare il lato umano della guerra, ma sono tornato a casa con molto di più».

Mirco, si sente una persona diversa dopo questa esperienza in Ucraina?

«Mi sembra di essere stato via un anno, a ripensare a quei giorni, in realtà poco più di una settimana, mi sento avvolgere da una girandola di emozioni. Mi sono imbattuto in tantissime storie, lì ti saltano addosso. Le persone hanno veramente voglia di raccontare, anche nonostante le difficoltà della lingua. Addirittura, alcuni volontari hanno scelto di dedicarsi proprio ad accompagnare i giornalisti in giro per le città per aiutarci a vedere la realtà dell’Ucraina invasa. Organizzano quotidianamente conferenze stampa, ed è facile prendere appuntamenti anche con personalità importanti. Cosa molto diversa da quello che succede in Italia».

Qual è una delle storie che le è rimasta più impressa?

«Una delle più assurde che ho sentito è quella di una famiglia di ristoratori che dopo aver lasciato il Donbass nel 2014 al tempo dei primi attacchi si era trasferita a Mariupol, che è la città più bombardata di tutte, con il 95% degli edifici multi piano distrutto, e adesso ha “resuscitato” l’attività a Leopoli. Vivono in un campo per rifugiati, la loro casa, vicino all’acciaieria Azovstal, è stata bruciata, il loro ristorante non esiste più. Eppure non si sono arresi e hanno ricominciato. Di storie come queste ne ho incontrate almeno cinque al giorno. Per fare un altro esempio della resistenza ucraina: un negoziante di Karkiv mi ha detto che due ore dopo i bombardamenti avevano già pulito le strade. Anche Bucha e Irpin sono state rimesse in piedi e le città sono tutte percorribili, anche se alcuni edifici sono ancora distrutti. Hanno perso zero tempo: si sono dati tutti da fare, alcuni addirittura lasciando il proprio lavoro, mettendo a disposizione le proprie competenze per attività di volontariato con uno spirito di solidarietà e democraticità sorprendente, da cui noi dovremmo solo prendere esempio. Penso che sia questo il segreto della loro resistenza».

Cosa pensano di chi è scappato?

«Non provano risentimento verso di loro, la rabbia è tutta verso i russi. Ma non solo verso il Governo, anche verso i cittadini che credono alla propaganda. Mi hanno raccontato di famiglie smembrate perché i parenti russi di punto in bianco hanno iniziato a considerare gli ucraini nazisti. Questo provoca loro molto dolore».

Pare che molti stiano tornando …

«È vero, io stesso ho fatto il viaggio di andata con due sorelle che erano state tre mesi dalla madre a Rimini, ma stavano tornando dai mariti a Ivano Frankvis per riunire la famiglia. Tuttavia, mancano ancora molte persone: certe scuole sono ancora chiuse perché non c’è personale».

Dai video che ha pubblicato sul suo canale “Un reporter in valigia” sembra quasi che la guerra non ci sia o non ci sia mai stata. I bar e i ristoranti sono aperti, la gente va a passeggio. È davvero così?

«È una normalità apparente, frutto proprio della voglia di ricominciare. Dopo il primo mese passato nelle metropolitane, tra paura e depressione, hanno deciso di tornare a vivere. Ma resta un filo di tensione costante: la sirena antiaereo suona quasi tutti i giorni anche a Kiev e alle 23 c’è il coprifuoco. I bambini giocano solo alla guerra. E il conflitto continua nell’Est».

Mirco Paganelli con Anastasia e Roman, volontari che lo hanno accompagnato

C’è un luogo dove ha visto davvero il dolore?

«Sì. A Bucha, nella periferia di Kiev, dove i russi hanno fatto stragi di civili. Solo lì ho incontrato persone che non volevano parlare dell’occupazione, che al pensiero piangevano. Un uomo di 86 anni ha vissuto in cantina con la moglie disabile e ha visto per giorni il cadavere del vicino di casa per strada perché i russi non permettevano di portare via i corpi. Una signora di 84 anni ha raccontato che i russi erano entrati in casa puntandole i fucili addosso perché era la vicina del sindaco. Rubavano tutto, anche i water, e stupravano le donne. I soldati sono ragazzi che vengono dalle steppe, vedendo negozi di scarpe, cibo, vestiti hanno perso la testa. Perché la cosa più sconcertante è che Bucha potrebbe essere davvero Rimini: loro fino al giorno prima andavano nei pub. E poi sono arrivati i russi, che li ammazzavano se provavano a impedirgli di frugare per casa. Questo deve farci riflettere».

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