Il “biocontrollo” dei campi a tutela dell’ambiente

Agire sul mondo digitale, sul biocontrollo, e intervenire sui processi per valutare tempestivamente il rischio di malattie delle piante con dati microclimatici per rendere l’agricoltura più sostenibile. È questa la richiesta che è stata lanciata da Cia-Agricoltori italiani nel corso del Salone tematico Sanatech del Sana di Bolognafiere. Le prove in campo stanno già dimostrando come tutto questo sia possibile. Nel primo anno di attività in questa collaborazione tra Cia e Ibma Italia, sono sei le Regioni già coinvolte (Veneto, Toscana, Umbria, Marche, Molise e Sicilia), con percorsi di formazione che si sono tradotti in 20 incontri in 4 mesi. L’obiettivo è quello di favorire la transizione della difesa dalle avversità passando da una fase di chimica di sintesi ai bioprodotti. Ecco perché centrale sarebbe un percorso in grado di investire sulle tecnologie di biocontrollo. Ma quali sono? Quali possono contribuire a un mondo rurale davvero sostenibile? Si tratta di insetti, microrganismi, feromoni, sostanze naturali che oggi compongono l’8% del mercato dei mezzi tecnici utilizzati per proteggere le piante da organismi nocivi e da malattie. Una percentuale ancora troppo ridotta sul mercato che potrebbe essere al centro di un reale slancio, in linea con le strategie “Farm to Fork” e “Biodiversity” e con i requisiti Ue che prevedono la riduzione entro il 2030 del 50% dell’uso e rischio complessivo dei pesticidi chimici e del 50% di quelli più pericolosi. Nel corso del Convegno “Progetto BioControllo: primi risultati e sviluppi futuri” promosso con Ibma Italia, l’associazione delle aziende che operano nell’industria della bioprotezione in agricoltura, si è fatto l’esempio di alcune soluzioni d’intervento e monitoraggio. Tra queste, c’è la lotta contro la mosca dell’olivo, trattata con la collocazione di trappole o l’uso del Caolino (una polvere di roccia che viene spruzzata sulla chioma). Per la vite, invece, l’approccio operativo si è concentrato su oidio, tignoletta, cocciniglia e peronospora. Per il presidente di Cia, Dino Scanavino, si tratta di una «sfida necessaria» che «ora richiede passi da gigante sia culturali che in termini di investimenti dove ricerca e innovazione, grazie ai 500 milioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma anche alla nuova Politica agricola comunitaria».

«Il coinvolgimento di tecnici ed esperti nella formazione è un passaggio fondamentale di trasferimento del know-how: dalla sperimentazione agronomica di campo alla pratica dell’agricoltore, adattando le strategie già collaudate ai vari areali di produzione agraria – dice il presidente di Ibma Italia, Giacomo De Maio – Quindi, strategie e formazione sono le parole chiave del futuro, per un biocontrollo operativo e reale, che l’Europa ci chiede. Dunque non si tratta, semplicemente, di sostituire un prodotto fitosanitario con un altro, ma di intervenire su processi e metodi in chiave bio, realizzare una strategia di difesa che riduca per gli agricoltori i costi del biocontrollo e ne migliori l’efficacia, nonostante la maggiore selettività rispetto ai fitofarmaci di sintesi».

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