Frane lungo il Savio. A Ravenna chiesto giudizio per 8 imputati

Una frana dietro l’altra e il fiume si era mangiato tutto: campi, arbusti, alberi e coltivazioni. Li aveva inghiottiti il Savio, portandosi via l’argine e diversi metri di terreno per un tratto lungo ben tre chilometri. Tanti saluti all’habitat fluviale che in quella zona tra Mensa Matellica, Cannuzzo e Bagnile – dove il comune di Ravenna confina con il Cervese e il Cesenate – ospitava diverse specie animali e vegetali. Un disastro ambientale. È questo il reato principale fra quelli contestati nella richiesta di rinvio a giudizio che la Procura di Ravenna ha presentato nei confronti di otto persone, ritenute a vario titolo responsabili di un dissesto idrogeologico iniziato con la costruzione della centrale idroelettrica di Mensa Matellica, e con il quale il territorio sta tuttora facendo i conti.

I dubbi sul progetto
La vicenda risale al 2009. È di quell’anno la domanda presentata da Daniele Tumidei, 61enne forlivese titolare della Act Hydroenergy, per ottenere la concessione utile alla costruzione della centrale. È il primo atto che, a cascata, coinvolge il progettista bresciano Franco Frosio (62 anni), e alcuni dirigenti del Servizio Tecnico di Bacino per le autorizzazioni preliminari, il geologo di Alfonsine Claudio Miccoli (66 anni), il collega ravennate Andrea Bezzi (62 anni) e il responsabile del procedimento amministrativo regionale Alessandro Maria Di Stefano, 69enne bolognese, che avrebbe seguito il rilascio della valutazione di impatto ambientale.
Secondo quanto contestato dal sostituto procuratore Lucrezia Ciriello, titolare del fascicolo, il progetto avrebbe ricevuto l’autorizzazione nonostante lo stesso referente regionale per i fiumi Savio e Bevano avesse sollevato diverse perplessità. Così, il 24 agosto 2015, la centrale appena ultimata è entrata in funzione. Le frane non hanno tardato a manifestarsi; sono del 2 dicembre dello stesso anno le prime segnalazioni.

Diffide inascoltate
Con Tumidei, ci sono anche altri tre rappresentanti della società costruttrice a chiudere l’elenco degli indagati: il 43enne milanese Andrea Fradagrada, il 52enne di Rieti Lorenzo De Cesare, e la 30enne romana Federica Di Ruzza. Nei loro confronti le accuse sono gravi e riguardano l’alterazione ritenuta irreversibile dell’ecosistema fluviale, causato appunto dalle frane avvenute a monte della diga. Una posizione appesantita anche dal fatto che nel corso degli anni si siano susseguite le diffide da parte del Servizio Tecnico di Bacino per ripristinare le condizioni di sicurezza nell’area. Le conseguenze, continua l’accusa, sono palpabili tutt’oggi, con aspetti clamorosi, come la parziale sistemazione di alcune difese delle sponde, fondamentali per la sicurezza dell’area; proprio quelle sono collassate all’interno dell’alveo fluviale.

“Soffiate” sulle indagini
A completare il quadro ci sono altri reati contestati ad alcuni indagati, come l’abuso d’ufficio e la rivelazione di atti coperti da segreto. Tra questi, una presunta “soffiata” partita dagli uffici pubblici e giunta alla società concessionaria, per informarla di accertamenti fatti dai Carabinieri del Nucleo Forestale.

Una parte civile
Per i danni provocati ai campi circostanti, ieri, all’udienza preliminare davanti al giudice Corrado Schiaretti, si è costituita parte civile con l’avvocato Massimiliano Nicolai una nota famiglia di albergatori cervesi, proprietaria di uno dei terreni franati. Per gli imputati, assistiti dagli avvocati Lorenzo Valgimigli, Alessandro Melchionda, Giulia Bongiorno, Claudio Maruzzi, Daniele Vicoli, Marco Riponi, Francesco Calcatellli, Luca Orsini, Niccolò Bertolini e Filippo Ruffato, l’udienza è stata rinviata a maggio per valutare eventuali riti alternativi.

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