Il diario di Caterina Cavina dalla zona rossa di Medicina, anziani ostaggi del virus

Giorno… non lo so. La notte comincio a fare fatica dormire e mi si stanno scombinando i ritmi sonno veglia. I primi tempi dormivo tantissimo, ora invece fatico e quando lo faccio mi sveglio di continuo. So che capita a molti. È che le brutte notizie, i morti insomma, arrivano dopo le conferenze stampa delle 18.

Poi fino all’ultimo si sta in chat o sul web a parlare, discutere, polemizzare, non che prima fosse tanto diverso, ma era sempre su temi alla fine distanti e futili, tipo la lite tra Bugo e Morgan a Sanremo.

Faccio colazione tardissimo, alle 11, mentre leggo un post struggente, è di Simona Vinci, scrittrice premio Campiello nel 2018 e residente a Budrio. «Mia zia ha novant’anni, abita da sola in un appartamento a Milano, in zona Giambellino. Mia zia sta chiusa in casa, la Tv accesa, ascolta le sirene delle ambulanze, guarda il parcheggio nel largo davanti casa e osserva le persone che escono per andare a lavorare e tornano da lavorare, mia zia ascolta la vita negli appartamenti affianco e sopra e sotto, cerca di ricordarsi cosa e chi, ma non per additarli, solo per saperli vivi e in buona salute; il ragazzo che va a lavorare in skate e che la polizia ha già fermato tante volte, ma lui a lavorare deve andarci per forza, i bambini chiusi in casa, i cani che abbaiano, intristiti. Mia zia fino a un mese fa dava ancora lezioni di latino e italiano, le sue allieve e i suoi allievi erano la luce delle giornate dopo il caffè a piazza Frattini preso insieme a suo fratello, mio zio, che non abita lontano e che anche lui adesso è chiuso in casa».

Gli anziani, quelli che stanno in casa e quelli che non ci stanno, sono un grande tema di questa epidemia.

Non ci sono solo quelli morti, ma anche quelli nelle case di riposo. Dove lavoro sono stati blindati in camera, non scendono mai, mangiano e dormono nelle loro stanze e parlano con i parenti via telefonino (chi può). Ma almeno non sono soli come la zia di Simona. Quasi tutti più che per loro, la morte è una questione imminente negli ospizi, sono preoccupati per i loro figli e nipoti, per il loro futuro.

Poi ci sono quelli che in casa non ci vogliono stare. «Sono a casa con mio padre da giorni e non riesco a fargli capire che deve evitare di toccare tutto e lavarsi le mani spesso – mi scrive Elena, medicinese –. Lo fa solo se gli urlo dietro. Oggi ha passato delle ore all’ospedale su consiglio del suo medico curante per una tosse che non gli passa. Gli hanno fatto analisi, raggi e tampone. Adesso è tornato a casa e gli hanno detto che il risultato è fra due giorni, lui però non capisce che deve stare con la mascherina, che tra l’altro non è nuova. Se non fa quello che gli hanno detto in ospedale io non so cosa fare».

Anche io faccio fatica a non far girare i miei genitori. Mio padre va a fare la spesa quasi tutti i giorni, una scusa per passare dai nipotini, mia madre ogni tanto compare, un giorno è venuta persino ad annaffiarmi i fiori. Ho due vasi ciclamini. La sgrido ma non c’è nulla da fare.

Finisco di leggere il post di Simona Vinci: «Mia zia da piccola, la guerra, i fratelli da tenere al sicuro, le bombe, le fughe in treno, mia zia brava bambina, studentessa modello, mia zia che sceglie di farsi suora e un giorno infine sceglie di andarsene e rinunciare al velo perché ha capito i soprusi del potere e non li può più tollerare. Mia zia.

Io non sopporto di saperla da sola. Chiusa dentro una casa al Giambellino, a novant’anni, ad ascoltare le sirene delle ambulanze e a pregare per chi viene portato via e non torna».

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