Dante e i mosaici di Ravenna nel libro di Simonini

I tesori musivi di Ravenna – «accordi di colori e di luce così intensi, così ampi, così perfetti», come scrisse Adolfo Venturi – sono l’oggetto della nuova amplissima edizione “riveduta, accresciuta e capovolta” de I mosaici ravennati nella Divina Commedia. Dagli ultimi canti del Paradiso ai primi dell’Inferno in 111 visioni di Ivan Simonini (Edizioni del Girasole).

Perché «capovolta»? Perché privilegia i luoghi di culto, spiega l’editore e scrittore ravennate, la nuova sequenza parte dai battisteri, continua con le basiliche e termina con i mausolei secondo uno schema caro anche al compianto don Giovanni Montanari, recentemente scomparso, obbedendo a una prospettiva di percorso spirituale. Nei 111 capitoletti ogni immagine musiva proposta è seguita dai versi di Dante che quell’immagine suggerisce e da un breve testo esplicativo.

Simonini, punto di partenza di questa nuova edizione è, si legge, la corrispondenza di «quanto è figurato nei versi di carta a quanto scritto nei dipinti di vetro».

«Sì! Per poter dire che il leone sopra San Marco in San Vitale a Ravenna ha ispirato i versi 46-48 del Canto I dell’Inferno, non basta che nel mosaico ci sia un leone, è necessario che quel leone sembri venire contro di te, tenga la testa alta, sia pronto ad azzannarti per mangiarti e incuta terrore persino nell’aria che respiri. In tal modo succede che il leone di pietra del mosaico di San Vitale e il leone in versi endecasillabi che ostacola il cammino di Dante nella selva oscura sono due gocce d’acqua perfettamente uguali come immagine, benché costruiti con materiali diversi».

«Nella mirabile visione dantesca – per Enrico Malato – ogni tessera è come un mosaico». I mosaici ravennati furono dunque una vera enciclopedia teologica per Dante?

«Forse sorprendendosi, Dante trovò nei mosaici ravennati gli stessi contenuti religiosi e politici che stava mettendo nella Divina Commedia: i poteri non sovrapponibili dell’imperatore e del papa, entrambi autorizzati da Cristo; il cristocentrismo prevalente sul trinitarismo; la dignità teologica della Vergine identica a quella del Cristo. Un Cristo che, sia nella Divina Commedia sia nei mosaici ravennati, non compare mai crocifisso ma sempre trionfante, contrariamente a come appare nelle pitture trecentesche coeve a Dante».

Si deduce da esempi come quello della Madonna di Sant’Apollinare Nuovo come la visione di Dante non sia «un flash della memoria ma un’impressione diretta».

«In un divoratore di ogni forma d’arte quale Dante, l’impressione diretta avuta a Ravenna può essere continuamente rinvenuta. Qui egli si è certo permesso di osservare a lungo e più volte il patrimonio musivo della città, ai suoi tempi cinque volte superiore a quello sopravvissuto oggi. Dante è stato il primo studioso sistematico dei mosaici ravennati, il primo a comprendere come nelle basiliche ravennati ci siano la Bibbia e il Vangelo tradotti in immagine, anzi dove la Bibbia è prepotentemente riassorbita nel solco tracciato dal Vangelo».

Nei versi danteschi esistono anche richiami precisi alla tecnica musiva.

«Guardando il mosaico della resurrezione di Lazzaro in Sant’Apollinare Nuovo, balza agli occhi come le lamine auree, inserite tra due sottili lamine vitree, producano sulla bianca veste del resuscitato gli stessi effetti che Dante vede nei dannati della Giudecca descritti nell’ultimo Canto dell’Inferno al verso 12: “e trasparien come festuca in vetro”. Qualche studioso azzarda che Dante abbia potuto osservare da vicino qualche buon mosaicista ravennate al lavoro, ma quando Dante è a Ravenna, i locali laboratori di mosaico vivono la crisi del settore determinata anche dall’esplosione dell’affresco. Perciò il sommo poeta, più che dai mosaicisti ravennati del Trecento, ha imparato dall’osservazione dei mosaici antichi».

Perché Pascoli si può considerare il primo a identificare la relazione tra la Commedia e i mosaici?

«Non è sbagliato considerare Pascoli il primo a stabilire consapevolmente una relazione di causa-effetto tra Ravenna con i suoi mosaici e il poema dantesco. Ma i dantisti del tempo di Pascoli non apprezzarono che un poeta si permettesse di portar loro via il lavoro e soprattutto non sopportarono di non aver visto loro quello che aveva visto quel poeta, il quale profetizzò che i suoi studi danteschi sarebbero divenuti più importanti delle sue stesse, e già famosissime, liriche».

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