Da Rimini a Bali in moto, il viaggio in solitaria di Matteo Nanni

Lun 8 Luglio 2019 | Erika Nanni


Da Rimini a Bali in moto, il viaggio in solitaria di Matteo Nanni

Sat 20 July 2019 | Erika Nanni

RIMINI. Non c’è una noia da uccidere, un disagio profondo da mettere a tacere. Solo un “io” affamato di avventure, una passione rovente per i viaggi e per i motori. Da poco più di una ventina di giorni, Matteo Nanni, 35 anni, è tornato a Rimini dopo aver falciato le strade dell’Europa e dell’Asia in sella al suo motore. E’ tornato il 13 giugno, ed era partito il 13 novembre.

Sette mesi da solo in cui ha attraversato i confini della Grecia, ha percorso la Turchia, l’Iran, il Pakistan, l’India, il Myanmar, e poi la Thailandia, il Laos, la Malesia e l’Indonesia, fino ad arrivare a Bali. «Qui - racconta Matteo - ho lasciato la mia moto, in attesa di tornare a prenderla il prossimo novembre, per la seconda parte del mio viaggio». Sette lunghi mesi in solitaria, infatti, non sono bastati per soddisfare la voglia di avventura e di scoperta di “Matthew on the road”, il nome che Matteo ha dato alla sua pagina Facebook e al suo account Instagram, dove ripercorre gli itinerari tappa per tappa con le foto dei suoi viaggi.

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Matteo, prima di entrare nel vivo dei suoi viaggi, risponda al perché. Perché si mette in viaggio da solo, in moto, attraverso luoghi impervi e desolati? Cosa la spinge ad accettare tutti i rischi, le scomodità e i disagi che comporta questo tipo di viaggio?
«Lo faccio perché mi piace scoprire il mondo, soprattutto gli angoli più reconditi, quelli lontani dagli itinerari delle guide turistiche. Non lo faccio per trovare me stesso.

Viaggiando in moto, senza prendere aerei, hai la possibilità di immergerti nelle comunità locali, nei Paesi, nella cultura vera di ogni luogo. Questo è quello che conta di più per me. A volte ho addirittura preferito saltare la visita dei musei o monumenti per vivermi al massimo i luoghi e le persone, ad esempio andando a mangiare a casa delle famiglie locali. Un’altra ragione è poi che “macinando chilometri di strada” posso vedere la differenza tra i luoghi che attraverso, quindi le periferie, le campagne, i villaggi più isolati e la meta, la grande città in cui faccio tappa, quella più conosciuta e più turistica».
C’è un motivo particolare per cui viaggia da solo?
«All’inizio per necessità.

Nei miei primi viaggi, ad esempio quello in Portogallo del 2011, non ho trovato nessuno che volesse partire con me, così sono partito da solo. Poi qualche tempo dopo si è sparsa la voce che organizzavo questi lunghi itinerari in moto, e allora in molti hanno iniziato a chiedermi di partire insieme. Io, però, alla solitudine ormai mi ci ero già abituato, e ci avevo preso gusto. Ho detto di “no” a tutti, e da quella volta continuo a viaggiare da solo. Lo vivo come una ricompensa, un regalo per me stesso, e farlo insieme ad altre persone, ormai, non sarebbe più la stessa cosa.

E poi, durante il viaggio non sono quasi mai solo. Sono sempre in contatto con la comunità dei bikers di tutto il mondo: i “motoviaggiatori” sono molto solidali l’uno verso gli altri. E poi, soprattutto, ci sono le persone del posto, che nella maggior parte dei casi sono disponibili ad aprirti le porte di casa, a darti un letto, e a trovarti un posto a tavola per condividere i pasti insieme all’intera famiglia».
Quando è stata la sua “prima volta”?
«E’ stato mio fratello Massimo a farmi scoprire la passione per i viaggi. Fino ai 21 anni non avevo mai fatto spostamenti significativi, poi nel 2004 mio fratello maggiore mi ha portato in India e Nepal e lì mi è scattato qualcosa.

Cioè, sono sempre stato un ragazzo curioso, un amante dell’esplorazione. Ma in quei luoghi mi si è svegliato qualcosa e ho capito che il modo giusto per impiegare le mie risorse era viaggiare».
A proposito di risorse, cosa le permette oggi di viaggiare per metà abbondante dell’anno?
«In realtà ho fatto una vita che si può considerare normale. Dopo essermi laureato in chimica ambientale sono partito per un Erasmus di 6 mesi a Madrid e nel marzo del 2007 ho vinto una borsa di studio per un tirocinio all’estero con il progetto Leonardo, così ho vissuto un anno in Irlanda, che è stato fondamentale l’apprendimento della lingua inglese. Al ritorno in Italia, dopo qualche mese, ho trovato lavoro in una società riminese del settore della consulenza ambientale, dove ho lavorato per 10 anni.

Nel frattempo, ho vinto un concorso e ora ho un impiego comunale per la stagione estiva».
A proposito di lingue straniere, come fa a comunicare con le persone che incontra quando si trova nelle campagne o nei luoghi dispersi? Immagino che non tutti parlino inglese…
«Esatto proprio così. Ad esempio, nel mio ultimo viaggio, in cui ho attraversato l’Asia per arrivare fino a Bali, posso dire di aver incontrato tre tipologie di persone: quelle che non parlavano una parola di inglese, quelle che sapevano giusto qualche parola e quelle che lo “masticavano”. Con chi non sa spiccicare parole, l’unica soluzione è passare al body language. Grazie alla tecnologia, però, oggi è molto più semplice comunicare.

Ho notato che anche se ti trovi nel luogo più smarrito riesci a trovare la connessione Internet, e che per quanto il villaggio in cui vivono le persone che incontri lungo la strada possa essere striminzito, gli abitanti hanno tutti un cellulare e social network».
E’ sempre riuscito a fidarsi delle persone che ha incontrato? Soprattutto nell’ultimo viaggio, in cui è stato anche in Paesi come l’Iran o il Pakistan, non ha mai avuto timori o preoccupazioni?
«“Come fai a fidarti?” Me lo mi chiedono in molti. Io credo che se vuoi ricevere fiducia devi dare fiducia, quindi non puoi pensare di viaggiare senza affidarti un minimo alle persone che incontri. Dalla mia parte, posso dire che in 35mila chilometri non mi è mai successo niente di veramente spiacevole. E’ andato tutto bene, anche se a tratti è stata tosta, soprattutto per le differenze culturali, che a volte diventano ostacoli difficili da abbattere.

E in generale, comunque, escludendo le località prettamente turistiche, non mi sono mai sentito guardare con gli occhi di chi cerca un “pollo da spennare”».
Cosa l’ha colpita di più del contatto con le culture diverse?
«Può sembrare strano, eppure la cosa che a volte lascia più sconcertati è proprio l’accoglienza di certe popolazioni a cui noi occidentali non siamo abituati. A volte è quasi disarmante. Ti accolgono in casa, ti invitano a mangiare con tutta la famiglia, ti offrono gli assaggi più prelibati di quello che hanno a disposizione. Capita che se ti incontrano per strada, siano loro a fermarti per chiederti se hai bisogno di qualcosa.

Ad esempio, in Turchia, nella maggior parte delle stazioni di rifornimento i benzinai mi offrivano del the. Cose che da noi non capitano».
Quali sono state le difficoltà maggiori del viaggio?
«Dopo il quinto mese ho iniziato a soffrire il fatto di cambiare letto quasi ogni notte, devo ammetterlo. In particolare, comunque, ci sono stati tre episodi in cui sono stato male. Il primo in Pakistan, dove mi sono preso un’intossicazione alimentare.

La loro dieta prevede quasi esclusivamente carne, e forse qualcosa che ho mangiato non era ben conservato o aveva qualche batterio, perchè ho avuto e dissenteria e febbre per più di una settimana. Ecco, in quell’occasione mi sono preoccupato. Un’altra volta, invece, ho avuto un’infiammazione agli occhi per colpa della polvere e dello smog presente lungo le strade, e poi in Malesia un’irritazione alla pelle per colpa del caldo eccessivo, causata dal sudore che avevo costantemente addosso durante la guida».
Programmi per i viaggi futuri?
«In generale io non programmo gli itinerari giorno per giorno ma per il prossimo viaggio ho però un punto fermo: entro novembre devo portare la mia moto fuori dai confini dell’Indonesia, quindi per novembre devo per forza essere lì, in sella alla moto».
Perché la sua moto è rimasta a Bali?
«Ecco, questo è uno dei miei “fuori programma”.

Il piano era imbarcarla e rispedirla via nave in Italia, ma poi a Bali ho conosciuto un italiano anche lui appassionato di motoviaggi che si è reso disponibile per custodire la mia moto a casa sua fino al mio ritorno. Gli avevo detto che avevo intenzione di proseguire il viaggio verso l’Australia e la Nuova Zelanda, così lui mi ha fatto questa proposta e io ho accettato. Mi sono fidato. In seguito ho scoperto che le normative indonesiane prevedono una permanenza limitata del veicolo straniero, quindi la moto dovrà uscire dai confini entro novembre e per allora dovrò andarla a prendere».
E l’amore? Ha un posto nella sua vita?
«Ho avuto relazioni in passato e non escludo certo di averne in futuro.

In questo momento della vita non voglio precludermi nulla e se incontrassi la ragazza giusta non le chiuderei la porta in faccia. Allo stesso modo non ho intenzione di rinunciare a nessuna esperienza. Mi trovo in un momento in cui non ho una proiezione a lungo termine e ho usato questo viaggio per esplorare il mondo e me stesso e magari anche per trovare un’attività lavorativa, chi lo sa. Lo considero un momento di crescita personale».

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