Covid Romagna, il primario Gamberini: “Nessuno in terapia intensiva con la terza dose”

«Con la terza dose di vaccino, in questo momento, nessuno è ricoverato in Terapia intensiva: un dato che credo faccia capire bene l’importanza del booster».

A spiegarlo è il primario all’Infermi, Emiliano Gamberini, che dirige il reparto di Anestesia e rianimazione. Zona di “frontiera”, in questo periodo di pandemia. Basta dare un occhio agli ultimi dati sui contagi: in regione solo nella giornata di ieri 17.698 casi, di cui in Romagna 7.743 con Ravenna a quota 2.581; Rimini 2.255; Cesena 1.493; Forlì 928; il Circondario Imolese 486. I decessi sono stati 16 in tutto, di cui due in Romagna, a Forlì-Cesena. Gamberini, al telefono dopo un’altra giornata a lottare nelle corsie dell’ospedale, parla di un «una crescita non esponenziale ma lineare proprio per quanto riguarda Terapia intensiva». A fine anno, i pazienti ricoverati erano 112 in tutta la regione; ieri erano circa il 28 per cento in più, a quota 147. La costante sembra essere sempre la stessa, come conferma il medico: «La stragrande maggioranza, circa l’80 per cento, è composta da pazienti no vax, poi ci sono quelli che si sono vaccinati con una o due dosi, mentre al momento non abbiamo chi ha fatto la terza dose». A dare una forte mano è stata comunque «la rete che le varie Terapie intensive romagnole hanno saputo creare, evitando gli intasamenti e mantenendo la situazione sotto controllo». Resta però il problema di chi «continua a non volersi vaccinare», aggiunge il primario, ogni giorno in prima linea e che non nasconde la «frustrazione» per quello che «i sanitari devono affrontare in una situazione di pesante stress». Il motivo è «la scelta di chi non vuole farsi curare, rifiutando in modo pretestuoso quello che noi vorremmo fare per loro e che faremmo anche per i nostri familiari».
Il risultato, continua il primario, è che «si crea una situazione di tensione molto pesante, che riusciamo a gestire ma complica tutto». Una complicazione che porta in alcuni casi anche a dei momenti di grande drammaticità. Gamberini si sofferma infatti sia sui pazienti che «rifiutano in modo categorico le cure e per cui si può arrivare a delle situazioni irreversibili, nonostante i nostri sforzi». Ma anche su un’altra categoria: «I pazienti che in un primo momento sono contrari ma che dopo cambiano idea e accettano di essere curati». Ecco, per questi ultimi, «quando la situazione è ormai compromessa, è davvero difficile da affrontare da parte nostra». A quel punto infatti, conclude il primario, «non si prova un senso di colpa, perché comunque agiamo come dovremmo e secondo legge, ma resta però un dubbio, che non ci toglieremo: ci chiediamo cosa sarebbe successo se li avessimo convinti prima».

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