RAVENNA. «La prova consisteva in una lezione da tenere in presenza della commissione d’esame, un ispettore e altri due professori di lettere, tutti veterani dell’insegnamento. Una donna correggeva altezzosa gli scritti, senza esitazioni. Mi sarebbe bastato superare indenne l’ora successiva per essere autorizzata a fare come lei per il resto della vita. […] La sera stessa ho scritto ai miei genitori che sarei presto diventata professoressa di ruolo. Mia madre mi ha risposto che erano molto contenti per me. Mio padre è morto esattamente due mesi dopo».
Era l’estate di qualche anno fa, un’estate, difficile, stretta nei confini della malattia che aveva fatto irruzione in famiglia con il suo carico di paure ma anche di energie insospettate, un’estate strana. Sarà stato forse proprio per l’inevitabile acuirsi di sensibilità che si vive in quei momenti, che fin dalle prime righe il libro di Annie Ernaux mi ha presa, mi ha costretta a una lettura veloce e poi, subito, nello stesso pomeriggio, a rileggere tutto, con più cura, pesando le frasi, tornando sulle parole.
“Il posto” è un libriccino corto, poco più di cento pagine – il carattere è grande, di quelli che non stancano gli occhi, e i margini abbastanza ampi da lasciar spazio ad annotazioni e segni. Racconta di anni e di luoghi che non sono i miei, Ernaux è nata nel 1940, più di vent’anni prima di me, nel nord della Francia, in un piccolo paese della Normandia. Eppure, la cruda densità del suo gesto autobiografico, la lucidità inesorabile con cui recupera dettagli, talvolta sfumature negli sguardi, frammenti di discorsi e di un’intimità minuta, sempre taciuta eppure condivisa, ti scava dentro, ti chiama in causa, ti mette di fronte ai tuoi di ricordi. Perché incaricandosi di raccontare la vita del padre – una vita semplice, «fatta di niente» –, indaga quella memoria dell’infanzia e dell’adolescenza che crescendo credi perduta e che invece scopri pronta a riemergere, dolce o dolorosa, in momenti cruciali della vita. Per esempio, come accade a lei, quando perdi un genitore e allora diventi veramente “grande”, e cominci a guardare indietro. Come se dovessi caricare in te anche la “sua” memoria, quello che non potrà più dirti – o che forse non ti avrebbe mai detto. E nelle vecchie foto per la prima volta ritrovi i tuoi stessi lineamenti, e ti sorprendi a buttar lì parole cui non hai mai dato peso, ma che dentro di te nel silenzio di un’apparente distanza si sono sedimentate, semplici modi di dire che talvolta svelano un’idea di mondo, anzi un «modo di stare al mondo», con più efficacia di un trattato socio-antropologico – per me spesso accade in dialetto, quel dialetto che capisco alla perfezione e che tante volte ho “studiato” ma che non parlo fluidamente: ui avreb un po’ d’quarantatre… se lasciavi qualcosa nel piatto o rifiutavi un cibo che non ti piaceva, si evocava il ’43, anno di guerra e di fame, un tempo che noi, bambini, non potevamo capire, neppure immaginare.
Come non potevamo capire il sentirsi “da meno” di chi è nato contadino, “sotto padrone”, né l’orgoglio sfacciato e comunista di chi ha saputo comunque cavarsela, “farsi la casa”, far studiare i figli. Tu, appunto, che leggi i libri giusti, suoni il pianoforte, vai all’università, ma quella roba lì l’hai respirata: te ne accorgi, è parte di te. Sensazioni inconfondibili eppure inafferrabili che ti investono tra le righe della prosa asciutta e scarna di Ernaux.
Forse perché un concorso l’ho vinto anch’io, e tanti tanti anni fa sono diventata professoressa di ruolo. Due mesi dopo mio padre non è morto, ma si è ammalato, ischemia cerebrale. Non ha più parlato.

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coronalibrus

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