Sindaca Spinelli, la comunità di San Patrignano è nata e cresciuta all’interno dei confini di Coriano. La serie prodotta da Netflix ha infiammato i social, ci si divide fra “colpevolisti” e “innocentisti”. Qual è la sua prima impressione?

«Uno dei motivi per cui non ho ancora diffuso una nota ufficiale è che volevo vederla tutta. L’altra ragione è il rispetto dovuto alle famiglie, a chi ha avuto o ha ancora qualche caro a Sanpa. Il timore è che un dibattito così acceso in questo momento possa danneggiare la comunità».

Adesso però l’ha vista.

«L’ho guardata in qualità di sindaco e di mamma, come persona che non è nata qui e ha vissuto quegli anni attraverso la stampa e la televisione. Ho il rammarico e il dispiacere di non avere conosciuto Vincenzo Muccioli, un uomo di sentimento, di attenzione agli altri, tutte caratteristiche in cui credo. In questi otto anni da sindaco ho avuto il piacere di confrontarmi con i ragazzi e ascoltare i loro racconti, attraverso loro ho conosciuto il valore di Muccioli. Si è occupato di un mondo che non veniva tutelato neppure dallo Stato».

Il documentario sta scaldando gli animi, lei come l’ha trovato?

«Molto commerciale. È stata raccontata una parte, non viene fuori il senso vero, il riscatto della vita, non viene fuori la vera guerra che ha vissuto Muccioli, quella con un nemico invisibile, lui aveva previsto l’arrivo dell’Aids. Un po’ come oggi col Covid, con la differenza che adesso l’opinione pubblica è più coesa».

Una questione dibattuta in queste ore, al di là della figura del fondatore, è legata ai metodi terapeutici, sintetizzati nel cosiddetto “processo delle catene”.

«La migliore risposta la dà Muccioli al processo quando dice: se uno si sta buttando dal balcone io lo devo tirare indietro. Quell’immagine lì spiega tutto, non serve altro. Gli ipocriti che adesso attaccano sono solo degli ipocriti, in quegli anni lo Stato era assente. Chiedo da genitore: recuperare le persone con metodi abbastanza blandi, funziona o no? Analizzo un dato: 26mila persone accolte in comunità, sono tante».

Può ricordare il suo incontro con Sanpa?

«Nel 2012 sono andata per la prima volta da sindaco. C’era questo ragazzo, Andrea, con i rayban e i baffi, quando ci ha portato nel suo settore, il caseificio, ha spiegato: guardate queste mani con le quali mi sono fatto del male, adesso vi porto nel posto dove con queste mani ho recuperato la mia dignità. Recuperare la dignità vuol dire che il lavoro di Muccioli, anni dopo la sua morte, è concreto. È il modo di testimoniare la sua lungimiranza, di essere arrivato al momento giusto. Quelle immagini di ragazzi zombie le vedevamo tutti, Vincenzo Muccioli si è fermato e ha fatto qualcosa».

La comunità si è dissociata dal film, anche lei prima di commentare ha avuto lo scrupolo che toni troppo accesi poi finiscano per danneggiare i ragazzi in via di recupero. Quali sono le ragioni alla base della sua preoccupazione?

«Che possano nascere e crescere dei dubbi. Io dico: prima di giudicare andiamo a testare con mano quello che è Sanpa e quello che i ragazzi esprimono, poi passano tutte le voglie. È una eccellenza a livello mondiale, Coriano è la città del sociale grazie a Sanpa, Papa Giovanni, Casa Betania, guai a fare del male ai ragazzi di Sanpa».

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