Mercoledì 28 Settembre 2016 | 12:15

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Myers ritorna ai Giochi

Sedici anni dopo l'esperienza di Sydney da atleta, Carlton sarà "Ambasciatore del Coni" a Rio. «L'emozione di portare la bandiera non si può raccontare»

Myers ritorna ai Giochi

Myers con il tricolore a Sydney

RIMINI. Sydney e Rio de Janeiro, due mete affascinanti sognate da tanti, due metropoli così totalmente diverse tra loro, due modi di interpretare l’organizzazione delle Olimpiadi. Per Carlton Myers un punto in comune, tornare sui siti olimpici sedici anni dopo.

RIMINI. Sydney e Rio de Janeiro, due mete affascinanti sognate da tanti, due metropoli così totalmente diverse tra loro, due modi di interpretare l’organizzazione delle Olimpiadi. Per Carlton Myers un punto in comune, tornare sui siti olimpici sedici anni dopo. Da atleta ma soprattutto portabandiera della spedizione italiana nel 2000, la massima aspirazione per un atleta, al ruolo di Ambassador del Coni nel 2016, scelto assieme a una lista di plurimedagliati dello sport e della storia a Cinque Cerchi come Yuri Chechi, Andrea Lucchetta, Fiona May, Max Rosolino, Antonio Rossi, Alessandra Sensini ed Elisa Santoni. “Mister 87 punti” partirà in queste ore per il Brasile e sull’aereo forse gli torneranno in mente quei momenti magici e irripetibili della sfilata sulla pista di atletica di Sydney dopo che l’allora presidente Ciampi disse, affidandogli la bandiera italiana «una scelta che ha un doppio significato, la libertà e unità d’Italia». Come si legge nel libro “Rimini a cinque cerchi”, Myers disse che «prima della sfilata ero teso e rigido, pensate se inciampavo con la bandiera in mano, poi in pista mi sono sciolto e alla fine ero commosso e felice».

Un po’ di commozione ci sarà anche rivedendo la sfilata di Rio da spettatore?

«Quello che è accaduto sedici anni fa resterà per sempre qualcosa di unico, quelle emozioni che ho provato non si possono rivivere e neppure raccontare, avevo anche un’altra età, ringrazio il Signore che mi ha permesso di arrivare a quel punto».

A distanza di dodici anni dall’ultima apparizione di Mario Chiarini torna un riminese ai Giochi… «Simone Sabbioni, un ragazzo promettente, ci voleva. Vedrò di seguirlo come gli altri dieci romagnoli, dalla Errani alla Magnani, agli altri nuotatori, credo sia un bel contingente».

L’Olimpiade è partita male: dai dubbi sulla positività di Schwarzer all’esclusione del team russo di atletica leggera. C’è realmente pericolo di un’edizione avvelenata dal doping?

«E’ un periodo malato sotto tutti i punti di vista e purtroppo lo sport non fa eccezione. Ci sono dei limiti, sono state fissate delle regole e bisogna rispettarle, chi esce dalla legalità deve pagare e su questo non si discute. Ma la cosa fondamentale è che quelle persone che sono demandate a fare rispettare le regole siano sempre severe e al tempo stesso serie e coerenti».

Quanto manca l’Italbasket a Rio?

«Parecchio, era una grande occasione e non è stata colta al volo. I cosiddetti top player non giocano nei campionati italiani: abbiamo due in Nba, Bargnani ora è andato in Spagna, Hackett in Grecia, Datome in Turchia. Il sistema Italia va cambiato, serve una maggiore programmazione, il progetto deve rinascere dai giovani ma in questo momento non vedo la pazienza di aspettare invece ai giovani deve anche essere concessa la possibilità di sbagliare. Ai ragazzi che rappresento dò sempre un consiglio, quello di non voler bruciare le tappe subito, non scegliere una squadra di A1 solo per aver maggiore visibilità e poi rischi di fare tanta panchina. Meglio una categoria più bassa ma un ruolo da protagonista. E la società se ti vuole realmente, deve dimostrarlo con i fatti, dando fiducia e minutaggio».

Usciamo dal discorso olimpico ma restiamo nel basket.

Suo figlio Joel farà parte del nuovo progetto Tigers in B: che ne dice di un Myers che giocherà a Forlì?

«Ormai Joel ha raggiunto la sua indipendenza, lo dimostrano gli ultimi due anni lontano da Rimini. Diciamo che la sua casa, assieme alla sua famiglia adesso gli starebbe un po’ stretta. Quindi ben venga Forlì soprattutto perché l’ha voluto fortemente l’allenatore (Di Lorenzo, ex avversario di Carlton, ndr) e questo è già un ottimo punto di partenza. Le differenze con me? Ha più talento, perché ha potuto cominciare a giocare da bambino, maggiori capacità nel passaggio e nel tiro che gli viene naturale mentre io me lo sono costruito. Ancora deve lavorare sotto l’aspetto atletico, ma sta migliorando».

Lo sport riminese d'élite è in piena crisi: c’era da aspettarselo?

«Per quello che riguarda la situazione del calcio posso parlare solo marginalmente perchè non conosco realmente tutti i problemi, ma ho sempre avuto perplessità sull’ultima gestione. Sul basket siamo reduci da un campionato di serie B con due squadre della nostra zona. Purtroppo gli Angels hanno deciso di ripartire dalla serie D e gli stessi Crabs per il momento hanno intrapreso una politica di ridimensionamento. Era stata riportata la gente al palazzo con grande entusiasmo, erano arrivati i risultati, il grande afflusso nei derby con Forlì. E adesso bisogna ricominciare da capo. Anche in questo caso serve organizzazione a livello societario, un progetto sano, affidabile, con personaggi che abbiano le capacità dirigenziali ma soprattutto che siano animate dalla passione, dalla motivazione e non solamente da un senso di guadagno. Ricordo i tempi d’oro a Rimini, c’erano Sberlati, Carasso, Cervellini, la passione al potere e riuscivano sempre a ricavare il massimo dal materiale che avevano a disposizione».

Flash finale sulle Olimpiadi. L’immagine più bella?

«Il Dream Team del 1992, quella squadra stupenda e irripetibile che ha appassionato noi amanti del basket ma credo tutti gli sportivi del mondo».

A chi vorrebbe stringere la mano a Rio prima di tutti?

«A Usain Bolt, gli chiederei un autografo, una foto assieme, magari mostrando un pacco di piadina (della quale Myers è uomo immagine, ndr). Questo sì che sarebbe lo scoop dell’anno».

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