Giovedì 08 Dicembre 2016 | 04:59

NUOVA VITA

Maurizio Lauro, quando essere alla frutta vuol dire ricominciare

L'ex difensore coltiva fragole a Ronta. "Mi alzo tutte le mattine alle sei, faccio fatica ma mi diverto tantissimo"

Maurizio Lauro, quando essere alla frutta vuol dire ricominciare

Da sinistra il socio e amico Mirco Zoffoli e Marco Lauro

CESENA. La gloriosa felpa nera sponsorizzata Viocar, piuttosto consumata, è l’unico cimelio del passato e volendo funge anche da utilissimo documento di riconoscimento. Perché un dubbio sorge subito spontaneo: ma è davvero lui?

Parzialmente nascosto da una barba sale e pepe di un paio di settimane e da un’abbronzatura caraibica, fasciato da quel pezzo di poliestere della Mass con il cavalluccio marino sul petto, c’è davvero Maurizio Lauro, 170 presenze con la maglia bianconera e un numero più alto ma mai contabilizzato di applausi in sottofondo.

Benvenuti a Ronta, estrema periferia di Cesena, e più precisamente nella lunghissima (e strettissima) via Melona, una piccola enclave di coltivatori diretti che ha cambiato la vita all’ex terzino sinistro del Cesena. Al numero 1300, da quasi un anno, Lauro ha scelto di aprire un’azienda agricola, la Superfruit, e di coltivare le fragole.

Cambiamento. «Lo so - comincia Maurizio - la prima domanda che mi fanno tutti è sempre la stessa: come mai ti è venuta questa idea? Appena arriva Mirco, vi rispondo».

Non passano neppure due minuti e Mirco Zoffoli, amico del cuore di Lauro da sei anni e grandissimo tifoso del Cesena («ho l’abbonamento in gradinata») scende dall’auto e sistema a terra tre cassette vuote.

È il segnale: si può finalmente cominciare. «In una settimana, circa un anno fa, abbiamo deciso insieme di fare questa pazzia - racconta Zoffoli, che detiene l’altro 50 per cento della società - diciamo che io ho lanciato l’idea, anche perché lui in carriera di assist ne ha sempre fatti pochi, e poi Maurizio l’ha raccolta e ha spinto sull’acceleratore. Così, grazie anche all’appoggio della Coldiretti, un anno fa abbiamo cominciato: 3 ettari di terreno, 120.000 piantine e quattro qualità diverse di fragole».

Neanche il tempo di girarsi e di scrutare l’infinito campo che interviene Laurone: «A giugno 2014, quando ho chiuso la mia esperienza a Terni, avevo capito che probabilmente non sarei più riuscito a giocare a calcio per colpa dell’infezione presa in sala operatoria qualche mese prima, dopo la rottura dello scafoide del piede destro. Ho provato fino a gennaio ad Ancona ma nulla, il dolore era troppo forte e così, dopo aver aiutato il tecnico Cornacchini come collaboratore negli ultimi mesi della scorsa stagione, tra maggio e giugno ho deciso di cambiare vita. A casa sembravo scemo, non ce la facevo più. La prima idea a dire il vero era stata quella di aprire una tabaccheria e a Cesena avevo pure trovato qualcosa, ma dentro un negozio mi sarei sentito un leone in gabbia e non sarei riuscito a resistere. E così ho pensato a Mirco, che aveva canali di vendita già consolidati e un papà con un’azienda agricola ben avviata nel biologico. Abbiamo provato nel suo terreno e alla fine abbiamo deciso di aprire la Superfruit».

Nuova vita. «Per poter usufruire di alcune agevolazioni - ricomincia il socio Mirco - c’era bisogno di una persona con meno di 40 anni. È vero che Maurizio oggi ne dimostra molti di più (sorride, ndr) ma per fortuna fa fede la carta d‘identità e questo ci ha permesso di cominciare con un vero e proprio progetto e un piano di sviluppo importante, senza fare un salto nel vuoto, anche se la fragola è un frutto che ha bisogno di una cura molto particolare».

Di nuovo Lauro: «Cosa sapevo della fragola? Solo una cosa: che è buonissima. Di sicuro non avrei mai pensato che all’età di 35 anni potesse tornarmi utile il diploma di perito agrario che ho preso alle superiori. Dietro alle fragole c’è un lavoro che dura circa un anno, a cominciare dalla piantumazione, che parte nella seconda metà di luglio, fino alla raccolta, che abbiamo cominciato circa due settimane fa. È come se fosse una gravidanza e alla fine ti senti davvero realizzato: quando i miei genitori hanno visto la mia faccia dopo la prima raccolta, mi hanno chiamato per dirmi che non mi vedevano così sorridente dai tempi della scuola».

Ovviamente, in questo periodo, per l’ex difensore del Cesena sono cambiati anche i ritmi: «La partenza è stata traumatica e la scorsa estate è come se avessi fatto il ritiro, visto che sui campi lavoravamo mattina e pomeriggio sotto il sole e con 40 gradi. Solo a Terni, nella mia carriera da calciatore, ho fatto una fatica simile. Oggi mi sveglio alle 6 e dopo mezz’ora raggiungo il campo assieme a Mirco: la raccolta delle fragole è femminile, abbiamo una ventina di ragazze provenienti da Italia, Albania, Romania, Bulgaria e addirittura Burkina Faso che se ne occupano, ma noi dobbiamo comunque essere sul posto. Alla sera torno a casa stanco ma davvero appagato».

Legame. I due protagonisti di questa bella storia non sono legati solo dagli affari ma anche e soprattutto da una profonda amicizia nata quasi per caso: «Tutto merito della maglia che Maurizio mi ha lanciato all’Olimpico al termine di Torino-Cesena del 2010 - ricomincia Zoffoli - quando pareggiammo con gol di Ceccarelli. Fino a quel giorno Lauro era semplicemente un giocatore della mia squadra del cuore, poi è diventato il mio preferito. Per lui abbiamo fondato un club, grazie a lui abbiamo fatto beneficenza e con lui ci siamo fatti un sacco di mangiate. Da quella sera a Torino ho cominciato a guardare Maurizio con un occhio diverso e in sei anni è diventato mio fratello».

Indimenticabile il pomeriggio trascorso al Manuzzi in occasione di Cesena-Ternana di due anni fa, quando Lauro segnò proprio ai bianconeri l’unico gol in carriera in serie B: «A un certo punto - sorride l’ex difensore - quando andai a battere un fallo laterale sotto la tribuna, cominciai a sentire un sacco di insulti pesanti nei miei confronti, anche qualche vaffa. Ci rimasi malissimo e al fallo laterale successivo risposi, tanto che il guardalinee pensava ce l’avessi con lui».

«E invece - lo interrompe Zoffoli - ce l’aveva con me e con un nostro amico. Senza dirgli nulla, quel giorno non eravamo andati in gradinata ma in tribuna apposta per sfotterlo, ma evidentemente non ci aveva riconosciuti. È stata la prima volta che ho esultato e mi sono alzato in piedi per un gol incassato dal Cesena».

Stupore. Pochissimi ex colleghi oggi sono a conoscenza della nuova vita di Lauro («tra gli ex compagni in bianconero lo sa solo Beppe De Feudis, l’unico che sento ancora con continuità»), che per ora ha davvero messo da parte il calcio: «Ho allenato gli Allievi della Cuprense ma io mi sento ancora un calciatore, anche se il piede non me lo permette più. L’idea di fare l’allenatore tra 10 anni non l’ho ancora accantonata, anche se oggi il calcio è un’incognita, un ambiente particolare dove innanzitutto devi essere paraculo o un ruffiano. Io, invece, nel cellulare non ho neanche il numero di un procuratore o di un direttore sportivo».

Per ora è consigliabile cavalcare il presente e un campo verde con misure decisamente più impegnative: «Mi sento soddisfatto e soprattutto mi diverto tantissimo - conclude Lauro - anche perché molte persone, quando mi vedono, subito non mi riconoscono o non pensano che sia possibile che un calciatore possa fare il coltivatore di fragole. Gli autisti, all’inizio, andavano tutti da Mirco per chiedere conferma: “Ma quello è davvero Lauro?”. Sì, sono proprio io».

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