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LA MORTE DEL PIRATA

Così la cocaina ha ucciso Marco Pantani

Così la cocaina ha ucciso Marco Pantani

RIMINI. Tutti si domandano oggi se qualcuno lo uccise, nessuno si chiede se fu fatto il possibile per salvarlo dalla droga. C’entrarono la rabbia, l’umiliazione, l’orgoglio ferito, ma a uccidere tecnicamente Marco Pantani, è stata la cocaina. E non aveva bisogno che qualcuno gliela facesse prendere a forza: lo faceva da sé, anche sotto forma di crack. Morì in solitudine per un’“intossicazione acuta” dovuta a un’assunzione abnorme e continuata di cocaina. Una fine che aveva già sfiorato un’altra volta, un mese e mezzo prima proprio in un albergo di Rimini. Allora intervennero in extremis un medico e un amico. Era il 27 dicembre 2003. All’Hotel Touring di Miramare. La russa che trascorse la notte con lui lo abbandonò ai suoi fantasmi. “E’ fuori di testa”. Quando l’impiegata della segreteria bussò alla stanza, Pantani si barricò, non aprì, pronunciò frasi sconclusionate. Il medico e l’amico accorsero per rimetterlo in sesto, ripulirono la stanza dalla droga, pagarono i danni per le scritte sui muri e sulle lenzuola.

Anche nel giorno della morte, secondo l’inchiesta riminese, non era più neppure lucido: s’era barricato allo stesso modo e pronunciava frasi sconnesse. Le ha lasciate anche scritte. Prima di morire Pantani prese la penna e scrisse una quindicina di righe su un foglio di carta intestata del residence. Non un testamento. Frasi sconnesse, quando era già alterato dalla droga, conclusero gli inquirenti. “Coincidenze ... saline di poche cristalli troppi ... colori uno su tutti rosa arancio come non è contenta se le rose sono rosa e la rosa rossa è la più cantata ... colleghiamo il fosforo e potassio come il santone linfa clorofilla di sangue ... passa con tutti Marte e Venere segnano ...”.

Espressioni dettate dal caos che si affollavano nella testa e nel cuore del campione avvelenati dalla cocaina e non certo dettate da misteriosi killer per inquinare la scena. Gli investigatori non parlarono mai di suicidio, tantomeno “involontario” (un ossimoro coniato da qualcuno in questi giorni). Ma se aveva deciso di “lasciarsi andare” non lo fece la sera di San Valentino del 2004, ma molto prima quando la sua esistenza prese ad assomigliare a quella di un qualsiasi tossicodipendente. Fin dal ’99, secondo le testimonianze, della ragazza, dei genitori, di alcuni compagni squadra e dalla manager. Lei, Manuela Ronchi, nella deposizione al processo disse di esserne venuta a conoscenza «per la prima volta nel novembre del 1999 per sua bocca, nel senso che fu lui a confidarmi che purtroppo qualcuno gli aveva offerto della cocaina e per questo si sentiva molto in colpa e mi fece questa confidenza dicendomi: “se vuoi sei libera di aiutarmi oppure di non farlo” e questo accadde nel novembre del 1999». La situazione, ben nascosta ai tifosi e agli sponsor (ma come autista del pullman della squadra Pantani impose un riminese, già coinvolto in un traffico internazionale di droga) non fece che degenerare nel tempo. Il medico che lo seguiva, per salvarlo, aveva consigliato ai familiari un ricovero coatto. Trattamento sanitario obbligatorio, anche con la camicia di forza, se fosse servito. Salviamo il corridore o l’uomo? Si sarebbe domandato anche lo psichiatra che aveva tentato di convincerlo con le buone al ricovero.

Pantani quel 9 febbraio 2004, quindi, era un uomo in fuga: all’insaputa di tutti venne a Rimini in taxi da Milano, al solo scopo di procurarsi la cocaina. Qualcosa di simile aveva già fatto in almeno due occasioni, già a dicembre, appunto, e a gennaio. Lontano dalle corse e dagli allenamenti, ingombrante per tutti, aveva trovato ospitalità a Milano della propria manager, ma venne messo alla porta anche da lei: con un bambino piccolo da accudire, lo sorprese a interloquire da solo con la tv ed ebbe la conferma dei suoi sospetti dopo una scenata che il Pirata fece davanti a una nota soubrette sua ospite, aveva con sé della cocaina. Era troppo anche per lei. Il campione non si lasciava aiutare e la manager decise di avvertire i genitori. Il 31 gennaio 2004, sulle scale dell’abitazione milanese, il padre di Pantani cercò di riportare il figlio a casa e alla ragione: tra i due nacque una zuffa e la madre, colta da malore, fu soccorsa da un’ambulanza. «Devi disintossicarti». Ormai era troppo tardi. Nella colluttazione, il Pirata, perse il cellulare (che utilizzava alternando 16 schede) che fu raccolto dal padre.

Pantani lasciò dietro di sé anche la valigia e, soprattutto, le uniche persone che potevano ancora salvarlo. I genitori, a quel punto, seguirono il consiglio che avevano ricevuto consultandosi con i responsabili della Comunità di San Patrignano: «Lasciate che tocchi il fondo, sarà lui a ricercarvi». Se ne andarono in vacanza in Grecia, con il camper. Pantani trascorse invece nove giorni in assoluto isolamento in un hotel di Milano. Hotel Touring, anche quello, lo stesso nome, ancora una volta, di quello nel quale alloggiava a Madonna di Campiglio, nel giorno in cui fu fermato dalle autorità ciclistiche.

Il problema della dipendenza dalla droga aveva origini lontane, forse come hanno detto familiari e amici agli investigatori, proprio nella depressione seguita all’esclusione dal Giro d’Italia. Negli ultimi mesi, però, aveva assunto proporzioni allarmanti. Basti pensare che Pantani aveva trovato il modo di procurarsi la droga anche durante il breve soggiorno terapeutico, nel giugno 2003, a villa “Parco dei tigli”, la clinica padovana specializzata nelle cure contro depressione e tossicodipendenza. Lo spacciatore, anche in quel caso, venne individuato e condannato. Nessuno, però, parlò mai dei veri problemi dell’uomo: si discuteva di squadre, di sponsors, di contratti. Il campione è un po’ giù, si disse. Per “proteggerlo”. Nel dicembre 2003, in vacanza a Cuba, dovette farsi portare dall’Italia dei farmaci per superare crisi di astinenza e cadde nella tentazione di cercare paradisi artificiali in improbabili droghe “artigianali” in vendita sul mercato cubano.

Soltanto la Squadra mobile di Rimini dieci anni fa, sulla base delle testimonianze, oltre a documentare altri due episodi di spaccio (con un barman peruviano che patteggiò per aver fatto tra tramite in una consegna) scoprì che nei momenti bui arrivava a consumare fino a 15 grammi di cocaina al giorno, a volte anche sotto forma di crack. E svelò quello che fino allora era rimasto nascosto. «Poteva consumare anche 100 grammi a settimana – disse il medico al processo - ma era convinto di poter tenere tutto sotto controllo, spacciatori e droga compresa. Credeva di poterla dominare, immaginava di risultare vincente anche sulla cocaina». La “sostanza”, come la chiamava Pantani, però, è stata più forte di lui.

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