Giovedì 29 Settembre 2016 | 03:37

LA MORTE DEL PIRATA

Pantani, ecco perché per il professor Fortuni non ci sono misteri

Pantani, ecco perché per il professor Fortuni non ci sono misteri

RIMINI. «La causa certa della morte è overdose da cocaina: nell’organismo ce n’era una quantità sei volte superiore alla dose letale». A riassumere le conclusioni del proprio lavoro, nel processo a carico di Fabio Carlino ed Elena Korovina, fu lo stesso professor Giuseppe Fortuni, lo specialista incaricato dalla procura di effettuare l’autopsia all’indomani del tragico San Valentino 2004. Non si basò su delle foto: affondò il bisturi, non senza emozione, sul cadavere di Marco Pantani. Attraverso una deposizione chiara, già sette anni fa, spazzò via, almeno in quel contesto, ogni residuo dubbio sulla fine del Pirata, replicando a tutte le obiezioni, comprese quelle della parte civile (c’era un altro avvocato ad assistere i familiari di Pantani, ma le perplessità sollevate allora sono le stesse di oggi, sebbene argomentate diversamente). Di più: dopo la deposizione si sentì in dovere di incontrare i genitori di Pantani. Per chiedere scusa della crudezza delle descrizioni, ma anche per replicare, in privato, agli interrogativi alimentati periodicamente, soprattutto e, comprensibilmente, da mamma Tonina. Per Fortuni misteri non ce ne sono mai stati.

Cocaina. «Le evidenze autoptiche, tossicologiche e istopatologiche, unite ai dati storico-circostanziali – scrisse allora nel passaggio chiave della perizia di 230 pagine - convergono nell’identificare in una intossicazione acuta da cocaina, con conseguente edema polmonare e cerebrale, la causa certa del decesso». Nell’organismo ce n’era in quantità sei volte superiore a quella che in letteratura è considerata la dose letale minima. Nel sangue “periferico”, addirittura una concentrazione tredici volte superiore. L’esame del midollo ha mostrato una compatibilità con un uso cronico della sostanza. Quanta cocaina aveva preso Pantani? Impossibile da rilevare scientificamente la quantità. In ogni caso, tanta, un’assunzione generosissima. Anche ingerita, come dimostra una specie di bolo alimentare, succhiato e masticato, trovato davanti alla bocca, sul pavimento. Il principio attivo della cocaina, proveniente dalla stessa partita almeno per la parte non metabolizzata, era medio-alto: 75,3 per cento, «non tagliata da sostanze adulterante». Non si può parlare di ultima assunzione, ma piuttosto di assunzione continuativa.

Lesioni. Undici in tutto, superficiali. Due le uniche di un certo rilievo: una di forma triangolare nella regione parietale sinistra e un ematoma in corrispondenza del naso, senza fratture ossee. Non il frutto di una colluttazione (mancano lesioni da difesa passiva o attiva), ma più probabilmente - considerato il fatto che la stanza del residence fosse completamente a soqquadro - dovute a urti accidentali non avvenuti nello stesso momento, ma in tempi diversi, quindi anche temporalmente incompatibili con una colluttazione.

Il delirio. La fine del Pirata, che Fortuni colloca tra le 11.30 e le 12.30 del 14 febbraio 2004, è preceduta infatti da un vero e proprio delirio da cocaina, fase in cui i poteri critici superiori della mente si offuscano. Scritte, manipolazioni di oggetti, piccole lesioni danno un quadro abbastanza caratteristico di chi scambia ombre per persone, cerca di liberarsi da inesitenti animaletti. Allucinazioni visive e tattili che devono aver preceduto il malore e la breve agonia. Per tutto questo il professor Fortuni escluse qualsiasi intenzione “cosciente” di Pantani di farla finita e non si spiega perché qualcuno continui in queste ore a parlare di “suicidio”, riferendosi al decesso per overdose.

Farmaci. Escluso anche l’uso di farmaci come concausa della morte. La concentrazione di antidepressivi e sedativi rinvenuta nel sangue era modesta, compatibile con l’uso terapeutico e con le stesse prescrizioni mediche. «I farmaci non hanno avuto alcun ruolo».

Cibo cinese. Una circostanza stupì Fortuni al momento del sopralluogo: «Non c’era in stanza una stilla di alcol, un mozzicone di sigaretta: era come se Marco avesse conservato abitudini sane, da atleta - tanto da attenersi alle prescrizioni mediche per i farmaci - mentre consumava compulsivamente quel maledetto veleno». In quel contesto notai una confezione di cibo take-away, ma non posso dire che fosse cinese o meno. Da questa mia osservazione forse è nato un equivoco: «Aveva consumato da poco un pasto modesto non completamente digerito, frammisto a coca».

Doping. «Pantani aveva un midollo osseo in condizioni tali che, per quanto riguarda l’ultimo lasso della sua vita non ha assunto sostanze dopanti, per intenderci l’eritropoietina». Ma cosa significa l’ultimo periodo? «L’esame non può che far riferimento alle ultime settimane». Quando aveva lasciato la bici e l’allenamento, maturando interiormente l’inevitabile ritiro dalle corse.

Il cuore del pirata. Il professor Fortuni si ritrovò poco dopo a doversi “difendere” da una circostanza che lui stesso aveva reso nota: aver portato a casa il cuore del Pirata. «Al termine della lunga autopsia eseguita a Rimini (16 febbraio 2004 ndr), dopo aver evidenziato l’edema polmonare feci i prelievi anatomici necessari per gli esami chimici e microscopici, per stabilire con certezza le cause e le circostanze del decesso: erano “corpi di reato”, sotto la mia custodia in qualità di perito, che ovviamente non potevano andare né persi né distrutti». Tallonato da fotoreporter e cronisti, vista l’ora tarda, invece di depositare i prelievi nei laboratori dell’Istituto, privi di custodia notturna, ritenne più prudente conservarli in una speciale valigetta, ma solo fino al mattino seguente e per evitare ogni eventuale contaminazione o manipolazione, negli appositi spazi del proprio studio, collegato all’abitazione. Poche ore dopo i campioni vennero inviati, con altri particolari accorgimenti, in diversi laboratori per le analisi. Uno scrupolo in più, divenne l’ennesimo “mistero” per i complottisti più o meno in buonafede.

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