Martedì 06 Dicembre 2016 | 22:45

MORTE PANTANI: LA RICOSTRUZIONE

Ecco perché non è stato ammazzato

Ecco perché non è stato ammazzato

Marco giovanissimo sul porto canale di Cesenatico

RIMINI. Chi ha ucciso Marco Pantani? La verità, incontrovertibile, è scritta nelle conclusioni dell’autopsia: morì per una “intossicazione acuta da cocaina agevolata, nel suo estrinsecarsi a livello cardiaco e successivamente polmonare, dalle preesistenze patologiche miocardiche indotte da un prolungato abuso della stessa sostanza”.
L’omicidio venne escluso fin dalla prima ispezione cadaverica, dai due medici legali intervenuti sul posto: la porta, secondo la testimonianza del portiere, era chiusa dall’interno. E’ stata questa evidenza e non altro a indirizzare gli investigatori della Squadra mobile verso la pista dell’overdose, confermata dall’individuazione degli spacciatori (esito non scontato) e dalla ricostruzione delle abitudini dell’ultimo Pirata, quelle di un tossicodipendente (circostanza fino ad allora conosciuta solo dai familiari e dal proprio entourage). L’indagine non fu frettolosa, né superficiale: mai erano stati messi in campo tanti uomini e mezzi (soprattutto tecnologia telefonica) a Rimini per un caso di overdose. L’arresto dei responsabili dopo 55 giorni fu semmai una prova di efficienza. A posteriori, però, si possono trovare vuoti investigativi, come in qualsiasi caso giudiziario. Di fatto, però, i responsabili confessarono. I processi confermarono che l’ultimo spaccio avvenne sulla soglia del residence. «Non sono poi emersi elementi - si legge nella sentenza del processo riminese di primo grado - che possano far ritenere che nell’appartamento si sia svolta una colluttazione e che Pantani sia stato indotto a forza ad assumere cocaina. Quest’ipotesi, alla luce di quanto emerso, non è affatto praticabile. Giova anzitutto rimarcare come il consulente abbia radicalmente escluso che il decesso possa essere dipeso da una lesività da energia fisica, segnatamente meccanica ed esogena. A ciò s’aggiunga: nessuno dei dipendenti della struttura ha riferito d’avere sentito voci, litigi, discussioni provenire dalla camera la mattina del 14 febbraio - deduce il giudice dopo aver ascoltato le testimonianze in aula -. Pantani lamentava la presenza di estranei che nessuno ha visto e le cui voci nessuno ha sentito – la percezione allucinata rientra del resto, tipicamente, nelle distorsioni sensoriali innescate dall’abuso di cocaina –; parimenti, il grave disordine nel quale versava la camera, messa completamente a soqquadro, è del tutto compatibile con l’aggressività, il delirio paranoide, la rabbia estrema provocati dall’uso smodato di cocaina nella sua fase acuta». Sembra la risposta ai pur legittimi interrogativi odierni, ma è stata scritta ben sei anni fa.
Il cadavere sul collo aveva due piccoli triangoli all’altezza della giugulare, come se qualcuno avesse premuto con le dita proprio in quel punto: erano però soltanto macchie cadaveriche. Le lesioni erano undici in tutto, superficiali, quasi tutte al volto ( la fuoriuscita di sangue dalla testa è dovuta alla caduta per il malore fatale), attribuite all’agitazione psicomotoria. Due le uniche di un certo rilievo: una di forma triangolare nella regione parietale sinistra e un ematoma in corrispondenza del naso, senza fratture ossee. Non il frutto di una colluttazione (mancano lesioni da difesa passiva o attiva), ma più probabilmente - considerato il fatto che la stanza del residence fosse completamente a soqquadro - dovute a urti accidentali non avvenuti nello stesso momento, tra cui la caduta a terra al momento del collasso. Nessun trauma o lesione ossea.
La posizione del corpo rilevata dalla Scientifica non è quella originaria. Il personale del 118 lo ha spostato per praticare la defibrillazione: si spiegano così le tracce di trascinamento.
Non aveva neppure un segno sulla bocca, sulle labbra, sulle gengive riconducibile ad una somministrazione forzata.
La porta, al momento del ritrovamento del corpo, come detto, era chiusa dall'interno, secondo la testimonianza del portiere ritenuta attendibile (si affidò al passepartout), in una stanza al quinto piano con le finestre serrate. Dovette spingere perché c’erano degli oggetti. Pantani si era “barricato” altre volte allo stesso modo, ad esempio nella casa di Saturnia, nascondendosi al mondo per devastarsi con la droga.
Si è parlato delle impronte digitali. Non svennero rilevate, è vero, ma la stanza è rimasta comunque sotto sequestro per tre settimane. Se fosse emerso nelle prime ore un dubbio di omicidio si sarebbe proceduto con l’unica tecnica possibile dieci anni fa per una ricerca generalizzata alla ricerca di tracce latenti su ogni tipo di superficie: l’uso dei vapori di cianocrilato (accertamento irripetibile). Inopportuno farlo subito per evitare la cancellazione, ad esempio, di piccoli residui di cocaina, rinvenuti dietro al comodino solo al secondo dei tre sopralluoghi.
E il bolo di cibo, soprattutto pane, misto a cocaina trovato accanto al cadavere? Gli investigatori esclusero che fosse stato piazzato lì: era succhiato e presentava segni di masticazione. Testimoni vicini a Pantani, inoltre, riferirono che oltre a sniffarla e assumerla sotto forma di crack, il Pirata negli ultimi ingeriva direttamente la cocaina. Costringerlo a farlo senza scatenare una colluttazione sarebbe stato impossibile. La stanza a soqquadro, infine, era più il frutto della meticolosa opera di qualcuno alle prese con i suoi fantasmi (lenzuola annodate sul corrimano delle scale, filo dell’antenna tv legato al soppalco, impianto di condizionamento divelto, materasso del divano estratto dalla fodera, i componenti del bagno accatastati sul water) piuttosto che di una lotta con un individuo reale: non c’è una sola sedia capovolta. Messinscena? Se degli assassini avessero voluto far pensare all’overdose, non avrebbero avuto bisogno di simulare alcun disordine.
Un altro aspetto controverso è la richiesta d’aiuto. Vediamo, passo per passo. L’autopsia colloca la morte tra le 11.30 e le 12.30 del 14 febbraio 2004, preceduta da un vero e proprio delirio da cocaina, fase in cui i poteri critici superiori della mente si offuscano.
Dalla camera provengono dei rumori. La cameriera nella tarda mattina prova ad aprire con il passepartout, ma sente la voce del cliente e chiude. E’ in questo contesto che Pantani alza la cornetta (non aveva con sé il telefonino) e si rivolge alla hall, dicendo confusamente che c’è qualcuno che lo disturba, e di chiamare i carabinieri, poi che non c’è bisogno. In caso di pericolo reale, però, avrebbe potuto farlo lui stesso, direttamente dal telefono della camera.
Infine, la droga assunta: un quantitativo abnorme, maggiore dei 30 grammi “confessati” dallo spacciatore.
Questi, però, aveva tutto l’interesse, per non peggiorare la sua posizione, a minimizzare la quantità dell’ultima “fornitura”: era accusato di omicidio colposo come conseguenza non dovuta dello spaccio. Si fa presto a parlare di misteri, per le inchieste e i processi servono i fatti.

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