Domenica 25 Settembre 2016 | 12:34

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DUPLICE OMICIDIO TRA RIMINI E MOZZATE

Sparito un uomo, si sospetta un terzo delitto

Denunciata la scomparsa del cugino di Dritan accusato dalla famiglia di avere sedotto Lidia. Monica Sanchi indagata a piede libero con l'accusa di omicidio e occultamento di cadavere

Sparito un uomo, si sospetta un terzo delitto

RIMINI. Omicidio premeditato e occultamento di cadavere in concorso. E’ l’accusa per la quale è indagata la riccionese Monica Sanchi, la donna che frequentava Dritan Demiraj, reo confesso prima dell’omicidio di Lidia Nusdorfi avvenuto l’1 marzo alla stazione di Mozzate e poi anche di quello di Silvio Mannina, del 28 febbraio (il cadavere è stato trovato giovedì scorso nell’ex cava a San Martino dei Mulini). Un doppio delitto passionale per eliminare sia la donna italiana che l’aveva abbandonato sia il giovane sconosciuto che sul profilo Facebook alla voce “relazione” aveva malauguratamente scritto di essere fidanzato con lei sebbene la storia fosse appena finita. Ma la scia di sangue potrebbe non essere finita: c’è un altro scomparso, si teme il terzo delitto.

 

A caccia di riscontri. Il coinvolgimento formale di Monica Sanchi (difesa dall’avvocato Nicola De Curtis) nell’inchiesta relativa alla morte di Mannina era scontato dopo il racconto dell’assassino che colloca la riccionese al suo fianco al momento dell’esecuzione dell’italiano, faticosamente strangolato con un cavo elettrico dopo essere stato picchiato e legato mani e piedi, e la indica come colei che poi, superato lo sconcerto iniziale, si è procurata la pala per scavare la fossa, e lo ha aiutato ad avvolgere il corpo in un lenzuolo. Lei si professa innocente, all’oscuro delle intenzioni omicide di Dritan, e si definisce «esca inconsapevole», mossa come un «burattino» da lui che teneva i fili ben saldi nelle mani. «Alla cava non c’ero», ripete, confutando il dettagliato racconto dell’assassino. La sua unica “colpa”, sostiene, è essersi «innamorata e fidata della persona sbagliata». Adesso però, con il killer in carcere, è rimasta Monica al centro della scena. Gli accertamenti su di lei rappresentano un atto dovuto, e non certo un’anticipazione di colpevolezza, ma è evidente che sebbene non siano stati raccolti finora riscontri tali da giustificare un provvedimento restrittivo, la sua posizione è critica.

Lei, intanto, prova a darsi una spiegazione sul perché Dritan la voglia mettere in mezzo: «Potrebbe voler coprire un complice». Magari qualcuno che gli è molto vicino e caro.

Si teme un altro delitto. I misteri, così come i delitti, però potrebbero non finire qui. S’indaga infatti anche sulla improvvisa scomparsa di altro giovane che avrebbe intrattenuto una breve relazione estiva con Lidia, episodio all’origine della crisi “coniugale”. Il ragazzo avrebbe stretto un’amicizia affettuosa con Lidia durante le vacanze che lei era solita trascorrere dai parenti di lui in Albania. La relazione non passa inosservata. Scoppia lo scandalo, al punto che, scoperta la tresca, lei viene rispedita con ignominia in Italia. I genitori telefonano a Dritan: «Per la vergogna non usciamo più di casa e se lo facciamo dobbiamo stare a testa bassa. Pensaci tu». Siamo a fine agosto.

L’onta da lavare col sangue. Quella dell’offesa da lavare in un bagno di sangue è il filo conduttore dell’intera vicenda. Lidia, una volta a Rimini, fa le valigie in fretta e furia temendo per la sua stessa vita: un pericolo così concreto da lasciare momentaneamente i due figli a Dritan (uno dei quali frutto di una precedente relazione di Lidia), in attesa di compiere i dovuti passi per riprenderseli. L’albanese, invece, vola a Tirana per chiarirsi con il cugino: lo aggredisce, ma viene bloccato e tenuto al fresco per un paio di giorni, finché un vecchio amico poliziotto, comprensivo per l’accaduto, intercede per lui.

Incapace di accettare il presunto tradimento e la fine della storia, Dritan concepisce via via la sua terribile vendetta. Lidia si rifà viva verso Natale, per poi sparire improvvisamente. Una vita insieme non è più possibile. Lui la perseguita, arriva a chiamarla fino a trenta volte al giorno, ma lei smette di rispondergli. Teme di averla persa persa per sempre. Allora decide di regolare i conti.

Il cugino scomparso. La prima tappa alla fine di dicembre, di nuovo in Albania. In quegli stessi giorni il cugino sparisce dalla circolazione. Cambia semplicemente aria per evitare guai o viene fatto fuori? Il dubbio, alla luce degli sviluppi successivi, è legittimo per gli stessi investigatori. In Albania c’è una denuncia per la scomparsa del giovane e attraverso una rogatoria internazionale saranno raccolte maggiori informazioni. Ora Dritan, che nel frattempo frequenta nel Modenese una sedicenne, deve rintracciare Lidia, sempre più spaventata, in fuga.

Il piano diabolico. Escogita così un piano diabolico per arrivare fino a lei. In una sala Bingo conosce Monica. Si mette con lei e, accampando la necessità dei figli di riabbracciare la madre, nel giro di pochi giorni la convince a spiare le tracce della vita virtuale della sua ex su Facebook. Una specie di gioco che contribuisce ad unirli e ad accrescere la loro affettuosa complicità. I due, così facendo, risalgono a Silvio Mannina.

Monica lo adesca sul social-network, si finge disponibile, pronta a incontrarlo a Rimini per una notte di sesso. Lui cade in trappola: è il 28 febbraio. Al suo arrivo viene “accompagnato”, con l’inganno o con le minacce, nelle campagne di Santarcangelo e, dopo averlo obbligato a fissare al telefono, a voce, un appuntamento con Lidia per l’indomani, viene derubato del telefonino e brutalmente ucciso.

L’orrore alla cava. Tramortito e legato col nastro isolante alle mani e ai piedi, poi strangolato con un cavo elettrico, nella spettrale cornice notturna delle acque paludose, nell’area della cava abbandonata. «Non moriva mai, sono stati momenti interminabili, alla fine gli ho messo anche un sacchetto di plastica sulla testa per fare più in fretta», ha raccontato l’assassino ai carabinieri, difeso dall’avvocato Massimiliano Orrù, ai carabinieri.

La trappola a Lidia. Il giorno dopo, 1 marzo, Dritan e Monica partono in auto per la Lombardia. Con loro c’è anche un terzo giovane albanese rimasto sconosciuto (forse un minorenne che aveva semplicemente bisogno di un passaggio). L’appuntamento con Lidia è nel pomeriggio nel parcheggio di Milano Malpensa. Lei non si presenta. Allora c’è uno scambio di messaggi. Dall’altra parte ci sono Dritan e Monica, ma lei non può immaginarlo. Eppure la donna sembra riluttante, forse addirittura diffidente. Tramite sms chiede di parlare direttamente con quello che crede essere Silvio. E’ Monica – sotto dettatura, a suo dire – a rassicurarla raccontandole che il microfono non funziona e che possono comunicare solo per iscritto. Di fronte alle insistenze, Lidia si rassegna e dopo aver spostato ancora un paio di volte l’appuntamento accetta l’incontro, di sera, ma a due passi dall’abitazione dove si era appena stabilita. «Facciamo alla stazione di Mozzate». Nel sottopassaggio troverà Dritan, armato di coltello. Per fortuna c’è una telecamera che lo inquadra: l’obiettivo era far ricadere la colpa su Mannina.

«L’amerò per sempre».

Quando l’albanese risale in macchina, stando al suo racconto con le mani ancora sporche di sangue, Monica non fa domande. «Non ha voluto ascoltarmi, quei due bambini cresceranno senza la mamma». La donna dice non aver capito il senso di quelle parole, fino al giorno dopo davanti alle immagini del notiziario. Dritan dal carcere suggerisce un’altra interpretazione che rischia di inguaiarla: «Lei mi avrebbe seguito fino in fondo, e l’ha fatto anche se io ho amato e amerò per sempre soltanto una donna: Lidia, la madre di mio figlio».

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