Lunedì 05 Dicembre 2016 | 03:27

CASO STECCA

«Non provo rabbia, ma pena»

Roberta Cester: «Tra noi c'era solo amicizia, ma lui ne ha approfittato per la sua fame di soldi»

«Non provo rabbia, ma pena»

RIMINI. «Quando ho visto il coltello piantato nel fianco ho stentato a credere ai miei occhi: mi sembrava impossibile che Loris fosse arrivato a tanto. Ho estratto la lama e il primo pensiero è stato per lui: ho avuto paura che potesse suicidarsi. Non riesco a provare rabbia, né rancore, ma soltanto una grande pena nei suoi confronti». Rovberta Cester, assistita legalmente dall’avvocato Marco Ditroia, non ha parole d’odio per Stecca, il suo feritore. Però intende chiarire un punto che le sta a cuore: «Tra noi non c’è stata nessuna relazione sentimentale, ma solo una bella e affettuosa amicizia. Io gli ho voluto bene come se ne può volere a un figlio da accudire. Non è cattivo, provavo tenerezza per lui: lo vedevo indifeso, a volte maltrattato. E la mia intenzione è stata sempre quella di aiutarlo a superare tante situazioni difficili, a realizzare il suo sogno della palestra, non certo di complicargli la vita». Dopo l’agognata inaugurazione della sezione pugilistica, però qualcosa si è rotto tra i due. «E’ stato lui a cambiare: voleva sempre più soldi, non gli bastavano mai e ho cominciato a pensare che la sua amicizia fosse falsa, dettata dalla convenienza». Ridimensiona la storia dei favori (l’auto acquistata e data in uso all’ex pugile) e quella dei continui regali. «I vestiti? Eravamo soci e mi dispiaceva vederlo dimesso e trasandato. Così se prendevo una tuta per me ne acquistavo una per lui». Secondo la difesa di Stecca lei si sarebbe resa responsabile di una specie di “rappresaglia”.

«Nessuna vendetta, ribadisco: non c’è stata nessuna relazione tra noi. Non gli davo più soldi perché non ce n’erano. Mi privavo perfino dei miei guadagni pur di dargli quanto chiedeva. Pretese che non corrispondevano né alla sua quota minima, né al suo impegno in palestra e tantomeno a un inquadramento come dipendente che non aveva. Negli ultimi tempi era diventato aggressivo, mi faceva paura e se c’era uno succube tra noi, quella ero io. Cercavo di accontentarlo perché cominciavo ad avere paura di lui». Ammette di aver pensato che la convivenza in palestra non poteva durare a lungo. «E’ vero che volevo mandarlo via, ma a lui non l’ho mai detto direttamente». E questo è anche il suo primo pensiero: «Adesso, dopo quanto è successo, sarà estromesso». Roberta, life style coach, è una donna positiva, ottimista. «Entrerò nei City Angels per aiutare gli sconosciuti: meglio loro che gli amici». Assicura che tornerà presto in palestra. Soffre per chi, su facebook, la insulta senza neppure conoscerla e senza riflettere sulla violenza che ha subito. «Non provo rabbia, ma sono convinta che volesse uccidermi: era quella la sua intenzione fin dal mattino quando ha cercato di farmi sporgere dal ballatoio: non c’è riuscito perché a volte pesare cento chili può essere una fortuna».

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