RIMINI

Il medico di Rimini che smonta le bufale e salva i migranti nel Mediterraneo

A Misano, dove fa il medico di famiglia, ha 1.300 pazienti. «Mi davano dell’eroe, ora del delinquente che ci lucra»

di NICOLA STRAZZACAPA

28/07/2018 - 08:41

Il medico di Rimini che smonta le bufale e salva i migranti nel Mediterraneo

RIMINI. Passa dai mesi fra le persone di ogni età e con i più svariati acciacchi nel suo ambulatorio di Misano Adriatico alle emergenze nutrizionali nei Paesi più in difficoltà del pianeta ed è stato medico di bordo della prima Ong operativa nelle acque del Mediterraneo. La più importante del mondo, Medici Senza Frontiere. Roberto Scaini non vuole però sentire parlare di “eroismo” e ama definirsi con grande semplicità un “medico di famiglia dalla famiglia allargata: qua a casa di 1.300 pazienti, all’estero anche di 30.000”.

Quarantacinque anni, origini lombarde ma figlio della Romagna da quando a sei anni la sua di famiglia si è trasferita a Riccione, oggi risiede a San Clemente praticamente con la valigia in mano visto che dal 2011 ai giorni nostri ha messo insieme missioni su missioni. «La prima è stata in Etiopia ed è durata sei mesi, poi poco dopo sono partito per un’emergenza nutrizionale in Sudan e, visto che le cose belle è difficile mollarle, da allora quella fra l’ambulatorio in Italia e il servizio per Medici Senza Frontiere è diventata la mia vita» rivela, dopo essersi confessato in un video del format “No filter” trasmesso da Repubblica.tv ribattendo con grande naturalezza e ironia anche agli sms o alle frottole che girano sui social network più incredibili scritti da gente arrivata addirittura a dargli vergogna per l’attività svolta con i migranti. Ennesima brutta cartolina del clima di esasperazione che si respira nell’Italia dei porti chiusi.

“Doc” Scaini, come si è avvicinato a Medici Senza Frontiere?

«Poter prestare il mio servizio in tali contesti è sempre stato un po’ il mio desiderio, ci pensavo già quando mi sono iscritto a Medicina. Poi la vita e le situazioni personali ti portano in altre direzioni, ma a un certo punto mi sono detto “Roby, non ti eri laureato per questo” e a quel punto ho fatto tutte le selezioni necessarie e sono partito appunto dall’Etiopia. Sentire che al mondo c’è bisogno di te è una cosa che ti viene da dentro e quello che poi riesci a fare ti ripaga da tutte le fatiche e i sacrifici».

E’ appena rientrato dall’ennesima missione, a quante è arrivato in così pochi anni? E che esperienze ha affrontato?

«Quindici. Ho lavorato molto con la grossa epidemia di Ebola in West Africa nel 2014 e 2015 ed è uscito anche un libro intitolato “Intoccabili” sulla mia storia e quella di altri tre operatori con cui operavo in Liberia prima e poi in Congo. Sono stato inoltre in diverse emergenze nutrizionali, in contesti di guerra come quelli di Iraq e Siria, ma soprattutto in Yemen (ci sono andato quattro volte ed è un po’ la mia seconda casa) e sono stato medico a bordo della prima nave di una Ong che ha iniziato le operazioni in mare, la Bourbon Argos: già allora avevo notato un pochettino di perplessità anche nella cerchia di persone che mi avevano sempre sostenuto, ma non c’era il “casino” di oggi. Fra l’altro era una cosa nuova per tutti noi e Medici Senza Frontiere ci aveva fatto fare una preparazione dura e mirata in Bretagna, visto che gli operatori non vanno mai allo sbaraglio ma è sempre tutto programmato al dettaglio. Ricordo che ci si immaginava la cosa potesse dare adito a polemiche, ma di certo non si poteva sospettare si arrivasse a tanto, a questo clima surreale. Ancor più nei confronti di una Ong come la nostra».

In che senso?

Il soccorso nel Mediterraneo impegna appena l’1% del budget e costituisce il 2% delle tantissime attività che compiamo: Medici Senza Frontiere è tantissimo altro in tantissimi Paesi del mondo. Settantuno. Con progetti di ogni tipo: 17, e quindi altrettanti ospedali, ad esempio solamente in Sud Sudan. Oggi ci si identifica invece solo con una cosa e pur ritenendo che è giusto ognuno la pensi a suo modo nella vita, non si può passare dal “sei un eroe” (definizione che fra l’altro rifuggo) a “sei un delinquente, negriero, che ci lucra”. E’ allucinante: dopo “No filter” ho ricevuto messaggi incredibili, che evidenziano quanto sia cambiata tutta la percezione: io sono molto orgoglioso dell’Organizzazione con cui lavoro, ma oggi sembra quasi ci si debba nascondere tanta è la degenerazione e tale è il clima d’odio che si respira. Direi che è preoccupante e riflette un po’ il nostro egoismo: finché le cose accadono altrove non ce ne può fregare di meno, quando ci arrivano in casa si esplode. In Italia preferiamo spostare il riflettore altrove e dire “lasciamoli al di là del mare che non ce ne può fregare di meno”. In questi giorni leggevo un post in cui il ministro Salvini elencava dei Paesi ironizzando sul fatto non fossero in guerra e fra questi citava lo Yemen, dove la guerra dura invece da tre anni ed è stata definita una delle più gravi crisi umanitarie esistenti: mi sembra quantomeno strano non sappia che in Sardegna vengono prodotte le bombe per i sauditi che lo attaccano… ».

Quali sono le situazioni che l’hanno toccata di più?

«Purtroppo ne ho una triste carrellata. Con l’Ebola ho visto morire 30 persone al giorno, vedevo corpi nei body-bag senza sapere neanche di chi fossero. Nello stesso anno, in Etiopia, per un’emergenza nutrizionale e un’epidemia di morbillo c’era una media di sei bimbi morti al giorno e ricordo che festeggiammo quando con il vaccino arrivammo a sette alla settimana: è atroce anche solo pensarlo. Così come lo è aver visto morire una bimba di 4 anni in Congo (l’ultima paziente deceduta per la recente epidemia di ebola) sola, senza una mamma al suo fianco. O ascoltare un bimbo di 14 anni in Yemen dirti “mi piacerebbe fare il dottore come te, ma c’è la guerra, le scuole sono chiuse e mi toccherà andare al fronte”. A questi fotogrammi terribili ne associo sempre anche uno apparentemente gioioso, lo sbarco a Reggio Calabria nel settembre 2015 della nave con 900 migranti che, appena toccata terra, si sono messi a ballare sulla barca come se fosse una festa, pensando che il loro viaggio fosse finito. Io pensavo invece che doveva ancora iniziare, ma cosa gli dici in quei casi? Per questo mi chiedo: perché prima di parlare tanto a vanvera la gente non va dall’altra parte del Mediterraneo a vedere cosa succede?».

E a chi dice che bisogna bloccare le partenze con la forza cosa direbbe?

«Penso sempre all’omino che l’11 settembre si è buttato dal 70esimo piano delle Torri Gemelle: lui sapeva che sarebbe morto, ma dietro aveva le fiamme… Questo per dire che si può chiudere la Libia, ma i flussi migratori non si fermeranno mai. Ed è ovvio – sempre per rispondere alle polemiche di questi giorni – che a partire siano i giovani in buone forze. Lo abbiamo fatto anche noi italiani ai tempi, perché si parte per cercare di costruirsi un futuro e riuscire ad aiutare la famiglia che resta a casa».

Come fa a sdoppiarsi così?

«Avendo un lavoro mio è difficile coniugare un po’ il tutto, perché devo chiedere l’aspettativa e qualche paziente è un po’ dispiaciuto. Ma spero la gente capisca quanto è importante la nostra azione nelle aree più in difficoltà del mondo. Qualcuno sostiene le mie scelte e me lo dice, anche perché poi c’è sempre un sostituto che tiene aperto l’ambulatorio: qualcun altro sarà invece scontento, ma ho sempre parlato con ciascuno di loro chiaramente perché credo molto nel rapporto di fiducia. Tanto che quando anche solo uno va via lo sento come una sconfitta personale. Per fortuna abbiamo un sistema sanitario che lavora molto e ci sono tante altre opportunità. Quello che mi dà fastidio è sentir dire che lo facciamo per soldi: dare cifre è sempre antipatico, ma, tanto per far capire, una nostra missione di un mese a contrastare l’ebola è remunerata meno del nostro lavoro nell’ambulatorio di casa: forse c’è un po’ di confusione con le missioni militari o per l’Onu… ».

E quando si rientra da una missione così, come si torna alla quotidianità?

«Dopo aver vissuto tante esperienze forti, bombardamenti, morti, serve una decompressione importante. I miei amici lo sanno e per un paio di settimane non mi chiamano neanche. E’ un aspetto che riscontro in tanti che affrontano certe situazioni: ad esempio quando passa un aereo per due secondi si resta un po’ traumatizzati e qui da noi ne passano diversi con Cervia così vicino. Ad esempio, io amo correre, sono un podista e faccio qualche gara ma la cosa che odio di più è lo sparo dello starter che dà il via, perché la mente corre d’istinto alle altre parti del mondo e al colpo di un kalashnikov».

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