Martedì 06 Dicembre 2016 | 22:48

IL MOVENTE E' UNA FAIDA: SI TEMONO VENDETTE

Il killer ora vuole completare l'opera

Sotto protezione i fratelli della vittima e i familiari dell'assassino: tutto nasce da una bottigliata al bar

 Il killer ora vuole completare l'opera

RIMINI. Il killer in fuga, un camionista albanese di 34 anni residente a Misano, non ha più niente da perdere e come ultimo desiderio potrebbe cercare di completare la sua vendetta. Il delitto del supermercato, infatti, sembra essere la conseguenza di una faida familiare. I carabinieri, così, impegnati in una serrata caccia all’uomo, si preoccupano adesso di proteggere anche i due fratelli della vittima: potrebbero diventare i prossimi bersagli dell’assassino. Neppure i familiari del ricercato possono dormire sonni tranquilli: si temono vendette trasversali.

Jessica, la giovane moglie italiana di Nimet Zyberi, il 26enne albanese freddato a colpi di pistola sotto i suoi occhi e quelli dei figlioletti lunedì mattina nel parcheggio del Conad Agina di Misano, ha infatti riconosciuto nell’aggressore l’antagonista di un attrito familiare che andava avanti da mesi. Quell’uomo, infatti, nell’ottobre scorso, al culmine di una lite in un bar di Misano aveva spaccato una bottiglia in testa a uno dei fratelli del morto. Nimet non era nemmeno presente, ma nella logica del clan non è quello che conta. L’episodio non era stato denunciato alle autorità (dopo la cattura ci sarà tempo di approfondirne i motivi e potrebbero venirne fuori delle belle), ma aveva avuto degli strascichi. Forse il camionista aveva già subito un’aggressione, ma in ogni caso qualcuno doveva avergliela giurata. Tanto che lui si era premunito, procurandosi una pistola in Albania. Fino a lunedì la teneva custodita in casa nel doppio fondo di un cassetto, nel tavolo del soggiorno. Nel corso della perquisizione i carabinieri hanno trovato solo dei proiettili calibro 7.65 compatibili con quelli esplosi contro Nimet. Sono state le donne a raccontare dell’odio tra i fratelli Zyberi e il camionista. La vedova, con un terzo figlio in grembo (il pm Marino Cerioni potrebbe contestare la nuova aggravante sul femminicidio prevista in danno o in presenza di minorenni e donne incinte) e la moglie del fuggitivo. Due versioni della stessa tragica storia che affonda le radici in regole balcaniche medievali per le quali le offese vanno lavate nel sangue. Per alcune ore gli investigatori hanno sperato che la donna del camionista potesse portarli sulle sue tracce. L’hanno seguita in treno, ma all’arrivo ad aspettarla, in una città vicina, non c’era il marito, ma solo la sorella con la quale intendeva confidarsi. E’ stata interrogata a lungo in caserma come persona informata sui fatti. «Non conoscevo le sue intenzioni, non sapevo che era andato a prendere la pistola». Anche lei ora è da proteggere.

Grazie alle testimonianze il delitto è stato ricostruito nei dettagli. Nimet Zyberi incontra il suo assassino per caso al termine di una mattinata di commissioni. Prima passa in banca, poi in un negozio di alimentari, infine con moglie e figli va al Conad. E’ al supermercato che le due coppie si incontrano. I carrelli finiscono quasi per scontrarsi all’incrocio tra due corsie. La scena “muta” è ripresa dalle videocamere dell’impianto di sorveglianza. I due uomini si scambiano poche parole, tra i denti. Poi ognuno va per la sua strada. Le immagini non sembrano il preludio di una tragedia. Nella testa dell’omicida, però scatta qualcosa. «Devo andare un attimo a casa, aspettami qui», dice alla moglie. Al ritorno sulla cinta dei pantaloni fa bella mostra una pistola semiautomatica. Il secondo non è un incontro, ma un agguato. Il killer aspetta il rivale nel parcheggio, nella zona dei carrelli. Stavolta la discussione è animata. Nimet torna verso l’auto dove con moglie e figli già a bordo, ma non se ne va. Dalla spesa afferra una grossa bomboletta spray, con del lucidante per auto, appena acquistata. Immagina che l’arma dell’altro sia finta o che non abbia intenzione di usarla. Non è così. Il rivale gli scarica addosso, assieme alla sua rabbia, tutto il caricatore: sette colpi, cinque dei quali a segno (oggi l’autopsia del dottor Pier Paolo Balli potrà confermare il dato). Il killer a quel punto torna in auto. Ordina alla moglie di lasciargli il posto alla guida e la riporta a casa. «Vai a prendere i figli a scuola», le ricorda nell’andarsene. Il suo sembra un addio. Ma è ancora in preda alla furia e con sé ha la pistola: c’è il timore che, a questo punto, voglia consumare fino in fondo la sua vendetta.

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