CATTOLICA

Violenza sessuale alla stazione: assolto dopo dieci mesi di carcere

Bugie e contraddizioni nel racconto della giovanissima che non viene in aula a ribadire le accuse. L’imputato alla lettura della sentenza scoppia in lacrime e si raccoglie in preghiera in ginocchio

di ANDREA ROSSINI

11/05/2018 - 12:50

Violenza sessuale alla stazione: assolto dopo dieci mesi di carcere

Il giovane arrestato era innocente

RIMINI. Il trentenne nigeriano Jeffery Oni Oboh, rifugiato politico in Italia, è stato assolto dall’accusa di avere violentato una connazionale di diciannove anni nei bagni della stazione ferroviaria di Cattolica (l’episodio risale al 2 agosto 2017). Il pm aveva chiesto la pena di sei anni e sei mesi. Il giudice Sonia Pasini, che ha optato per la formula del secondo comma dell’articolo 530 (assimilabile all’ex insufficienza di prove) ha disposto l’immediata scarcerazione dell’imputato, difeso dagli avvocati Tiziana Casali e Silvia Astolfi.

La sentenza e le lacrime

L’uomo, che ha trascorso in carcere dieci mesi è scoppiato in lacrime, ha abbracciato un agente della penitenziaria e si è raccolto in preghiera, in ginocchio. Ha sempre sostenuto di aver avuto un rapporto consensuale con la ragazza, ma fino a ieri nessuno gli aveva creduto ad eccezione dei propri difensori. Si deve alla tenacia con la quale hanno preteso ulteriori accertamenti l’esito di una battaglia giudiziaria che pareva tutta in salita. Specie dopo il parere del Tribunale del Riesame che, nonostante le molte contraddizioni emerse nel racconto fornito agli investigatori dalla presunta parte offesa, aveva confermato l’arresto del presunto colpevole.

Il ricovero

Appariva insuperabile il fatto che due giorni dopo il rapporto sessuale, la giovane fosse stata ricoverata in ospedale per suturare chirurgicamente d’urgenza una lacerazione vaginale «altamente indicativa di un rapporto sessuale violento avvenuto senza il consenso della donna». Le indagini difensive, tradizionalmente complicate (basti pensare che l’albergatrice per la quale lavorava il nigeriano si è rifiutata di rispondere agli avvocati se non in presenza del commercialista) hanno evidenziato gli aspetti oscuri della vicenda. Come la telefonata fatta dalla ragazza al proprio fidanzato con il cellulare del violentatore subito dopo il rapporto sessuale. È emerso che era stato lui a darglielo in prestito e non lei a usarlo di nascosto, né per scoprire il suo numero: lei lo aveva già segnato sulla sua agenda il giorno prima sotto l’amichevole dettatura dello stesso Oni Oboh (e l’imputato non avrebbe potuto saperlo se fosse stata presa per buona una delle varie versioni sul punto della diciannovenne). I dubbi erano tali che il giudice Pasini, nonostante si trattasse di un abbreviato “secco” e cioè non condizionato alla convocazioni di testimoni, abbia preteso di ascoltare la ragazza per farsi un’idea sulle varie contraddizioni. La polizia però nell’ultimo mese non è riuscita a rintracciare l’accusatrice che, una volta ottenuto il permesso di soggiorno, ha abbandonato la comunità nella quale viveva assieme al fidanzato (che non risponde al telefono).

Stando al capo di imputazione il nigeriano dopo essersi fatto accompagnare dalla giovane nella zona dei bagni pubblici della stazione di Cattolica l’avrebbe afferrata, costretta a entrare con lui all’interno. Una volta serrata la porta con il chiavistello avrebbe bloccato la ragazza contro il muro per poi spogliarla e violentarla. L’accusato sostiene che tutto era avvenuto con il pieno consenso della ragazza, addirittura sarebbe stata lei stessa a incoraggiarlo. Lei aveva raccontato che i viaggiatori in attesa, in quel pomeriggio di agosto, non si erano accorti di niente perché le sue grida disperate erano state coperte da un treno in arrivo. A quell’ora, però, da Cattolica non transitò neppure un convoglio.

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