RIMINI

Vigili arrestati, tra i testimoni anche un collega

Gli spacciatori raccontano di botte e prevaricazioni: «Mi hanno rotto un timpano». «Mi hanno fatto spogliare». «Vattene dall'Italia o perdi il figlio»

di ANDREA ROSSINI

17/03/2018 - 13:40

Vigili arrestati, tra i testimoni anche un collega

RIMINI. La maggior parte di quanti adesso puntano il dito contro gli agenti dell’ex nucleo ambientale della polizia municipale sono spacciatori, nordafricani o albanesi, molti dei quali arrestati anche più di una volta dagli stessi vigili. Testimoni poco affidabili e che, sapendo dell’indagine in corso potrebbero anche essersi parlati tra loro, e maturato l’idea di vendicarsi. Sono le considerazioni che hanno portato il Gip Sonia Pasini a circoscrivere le accuse raccolte dalla procura (pm Davide Ercolani) e guardia di finanza ai soli capi di accusa che non fossero fondati soltanto sulle parole dei malviventi. Ai domiciliari (rispetto alle 8 richieste di arresto) sono finiti “solo” Guglielmo Parise, 57 anni; Giacomo Cilio, 48 anni; Gilberto Guidi, 56 anni, e un quarto ci finirà al rientro in Italia. Eppure dalla lettura delle 69 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare si ricava l’impressione che gli episodi ricostruiti a ritroso dalle fiamme gialle, rappresentino solo la punta di un iceberg di un modo di fare “caratteristico”, ben noto ai soggetti (stranieri, ma non solo) sottoposti ai controlli del Nucleo ambientale per le strade di Rimini. La “firma” di un manipolo di vigili urbani convinti di essere i poliziotti di un film americano, ai confini della legalità. Per uno che si fa avanti a denunciare metodi inaccettabili per delle forze dell’ordine, infatti, quanti altri non lo hanno fatto per paura di non essere creduti, timore di ritorsioni o semplicemente di beccarsi una denuncia per calunnia? Mente per vendicarsi lo spacciatore che racconta di essersi dovuto spogliare completamente nudo in mezzo alla strada, senza neppure gli slip (né uno straccio di verbale di perquisizione)? Mentono quelli che parlano di mani nelle tasche e nei cassetti di casa, con gli agenti che fanno la cresta sui soldi da sequestrare? Sia che si parli di mille o di cinquanta euro? Racconta una bugia la ragazza dell’Est compagna di uno spacciatore che si sente dire: «Se non te ne vai via dall’Italia ti faccio togliere il bambino» oppure «ti sparo in una gamba» e perfino «Ti metto mezzo chilo di eroina sotto al letto», tanto che poi lei se ne scappa in Svizzera? Il quadro delle prevaricazioni è sconcertante anche perché si accompagna alla disarmante faciloneria nella compilazione dei verbali, nei quali è difficile distinguere l’approssimazione dalla volontà di creare dei falsi. Nel cestino sotto alla scrivania di una vigilessa del Nucleo, addetta al lavoro in ufficio, sono stati trovate buste piene di documenti fatti in mille pezzi contenenti elenchi di nomi e banconote, cartelline mai consegnate in procura (“kebab: fascicoli in più”), carteggi con il “post-it”: «Ok distruzione». La comandante però non aveva mai dato quell’ordine.

Il panorama delle testimonianze delle persone rintracciate dalla Guardia di finanza, da prendere comunque con le molle, è disarmante: sberleffi, schiaffi, colpetti sulla nuca, pugni in faccia. Un albanese racconta di essere stato pestato al punto da subire la rottura del timpano, accertata al pronto soccorso il giorno dopo il controllo. «Non ho presentato denuncia per paura».

E poi altri episodi meno incerti da ricostruire perché accaduti quando il pm Ercolani aveva già avviato l’inchiesta. L’intercettazione della coppia alla quale sono spariti denaro e occhiali («Li hanno fregati loro»). Il mancato sequestro di una ingente somma di denaro a uno spacciatore. Il suggerimento del nome del difensore. Il peculato accertato grazie alla testimonianza non di uno dei soliti delinquenti, ma di un collega del Nucleo ambientale messo da parte forse perché non condivideva i metodi degli altri. È lui stesso a contare le banconote sequestrate nella camera d’albergo di un arrestato. Poi però, a verbale, scopre che i conti non tornano. Due dei suoi, ingannando per l’ennesima volta la superiore in grado, hanno messo un’altra cifra. All’appello mancano 400 euro, più una banconota da 50 sterline. In quel caso sia per l’agente onesto sia per per il Gip Pasini a rubare i soldi non possono essere stati altri che loro.

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