LA MEMORIA

«Io, deportato, così sono scampato all'orrore nazista»

Il racconto del riccionese Athos Crudi, oggi 97enne. «Vedevo la gente cadere di schianto sotto il fuoco delle mitragliatrici, come quando si taglia il grano»

di ENEA ABATI

26/01/2018 - 12:05

«Io, deportato, così sono scampato all'orrore nazista»

RICCIONE. Davanti ai suoi occhi vide migliaia e migliaia di uomini cadere a terra trucidati dalle mitragliatrici dei nazisti. Davanti alla bocca del suo stomaco sentì puntata la pistola di un maresciallo tedesco che lo stava processando seduta stante per avere rubato una manciata di avena destinata ai cavalli. Oltre all’orrore sconvolgente dell’olocausto, oltre al freddo che uccideva i suoi compagni di deportazione e al ringhiare dei cani da guardia che lo costringevano a restare immobile per giorni e giorni, ad Athos Crudi, che a luglio compirà 98 anni, resta scolpito nella memoria il ricordo della fame che per quasi due anni non ha mai smesso di mordergli lo stomaco.

La guerra e la cattura

Nella sua casa di Riccione racconta con una lucidità sorprendente i tre anni che segnarono in maniera indelebile il resto della sua vita. A ventidue anni si ritrova in guerra sul fronte Jugoslavo, arruolato come guardiafrontiera. Poi la cattura e la deportazione in Germania, l’odissea in diversi campi di prigionia, principalmente in quello di Gotenhafen, oggi Gdynia, nella baia di Danzica, sul mar Baltico. Quindi la ritirata tedesca, l’estenuante marcia insieme ad altri settecentomila prigionieri che passa per Danzica, Bromberg (oggi Bydgoszcz), Rostock e Lubecca. Mille e duecento chilometri d’inferno e di stenti. Di morti di fame e ammazzati. Di terrore che gli resta dentro anche oggi, mentre lo racconta settantaquattro anni dopo seduto in salotto e si sente costretto a specificare che «è tutto vero, è successo davvero», perché ha paura che chi l’ascolta possa non prenderlo sul serio.

Oggi che c’è chi mette cartelli con scritto “Arbeit macht frei” all’ingresso di un’officina facendo finta di non sapere che era l’insegna all’ingresso dei principali campi di concentramento, Athos Crudi rappresenta uno degli ormai pochissimi custodi di una memoria preziosissima. Quella di chi il nazismo lo ha guardato dalla parte sbagliata del mitragliatore. Di chi ha visto ammazzare come mosche tante di quelle persone da riempire di incubi le notti di tutta una esistenza. Di chi sa che cosa è stato l’olocausto e per questo manda a dire che non bisogna per nessuna ragione dimenticare.

La paura di morire

La routine del campo era di per sé capace di fare impazzire. La sveglia alle sette, un mestolo di acqua in cui erano state bollite delle rape come unica fonte di nutrimento, le minacce continue, la paura di non arrivare a domani e l’impossibilità di immaginare un futuro fuori dalle reti col filo spinato.

I testimoni diretti

Athos Crudi custodisce due immagini terribili, due scene potenti della sua esperienza da deportato. Le ha raccontate dieci anni fa a Fabio Glauco Galli, autore di “La città invisibile”, un’eccezionale raccolta di interviste ai testimoni diretti della shoah, molti dei quali purtroppo da allora sono scomparsi. Quasi centenario riferisce un dettaglio dopo l’altro come fossero passati due mesi e non 72 anni.

La pelle perduta

Nella prima scena, è la primavera del 1945, sta marciando con una colonna di prigionieri di cui non riesce a vedere la fine dietro alle linee tedesche che stanno battendo in ritirata dal fronte russo. In un momento di scontri tra Bromberg e Rostock, Crudi ed altri prigionieri vengono presi dai sovietici. È un’illusione. «Sapevamo che non poteva finire così... il resto delle linee russe era ancora troppo lontano». I tedeschi si sparpagliano, i deportati vagano per la campagna e s’imbattono in una fattoria. Da lontano vedono due enormi vasche di cemento alte due metri in cui stanno bollendo delle patate. Hanno una fame da svenire ma si muovono con circospezione. I russi no, corrono verso il cibo e vengono falciati dalle mitragliatrici dei tedeschi. «Cadevano di schianto, come quando si taglia il fieno». Il riccionese ed il suo amico aspettano il giorno dopo. A bollire ci sono altre patate. Delle donne russe, anche loro deportate, fanno capire che daranno l’allarme qualora dovessero tornare i tedeschi. «Le patate erano sotto un palmo di acqua bollente ma la fame era troppa... prendemmo tutte quelle che riuscimmo a portare via ma nella caldaia lasciammo tutta la pelle delle mani».

Un’altra strage

La sera stessa vennero nuovamente catturati dai tedeschi. Di nuovo in cammino sotto la neve. «I russi, vedendoci, marciarono verso di noi senza sparare un colpo sotto la tormenta. Vennero tutti ammazzati dai nazisti che si erano nascosti nel fosso accanto alla strada. Fu quello il momento in cui, in assoluto, temetti più di morire. Ero terrorizzato, in balia del caso».

La pistola alla pancia

L’altra scena si svolge qualche settimana più tardi, nella marcia tra Rostock e Lubecca. Insieme a un amico di Predappio («si chiamava Grifoni»), mossi da una «fame disperata, dopo tre giorni senza mettere nulla nello stomaco», entra alla disperata in una fattoria. Già in territorio tedesco, trova un cassone di avena per i cavalli e ci affonda le mani per raccoglierne il più possibile. Il custode dei cavalli lo vede, lo denuncia e lo porta davanti a un maresciallo nazista. Attraverso un interprete viene accusato di avere rubato del grano. Crudi si giustifica sostenendo che era solo una manciata di avena ma si ritrova la rivoltella del militare puntata nello stomaco. «Riuscii a non perdere la calma e vedendolo anziano gli chiesi se avesse un figlio della mia età e cosa avrebbe fatto a suo figlio se si fosse trovato nella condizione di dovere prendere una manciata di avena per sfamarsi». La pistola sembrò iniziare a scottare nelle mani del maresciallo. «La gettò sul tavolo e mi disse di andarmene con un paio di pacche sulla spalla».

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