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RIMINI

Cartello shock simbolo dei lager all'ingresso dell'officina meccanica

Il titolare si difende ammettendo la sua ignoranza : «Sono nato nel 1979 e non ho studiato. Per me quell'insegna in un luogo di lavoro ci sta bene. Se devo proprio la tolgo»

23/01/2018 - 12:43

Cartello shock simbolo dei lager all'ingresso dell'officina meccanica

RIMINI. È una frase che come un monito accoglieva le persone all’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz: “Il lavoro rende liberi”. C’è stato chi l’ha scelta come slogan per i centri per l’impiego e chi come benvenuto per le matricole in visita a un college. In tutti i casi, una vergogna subito denunciata.

Oggi anche a Rimini c’è chi annulla anni di storia e di orrore e con la superficialità dettata dall’ignoranza, rilancia la frase all’ingresso della sua officina in via Popilia. Addirittura in tedesco: “Arbeit macht frei”. Come ad Auschwitz.

«Ho fatto la terza media, non ho studiato molto, in un luogo di lavoro ci sta bene» ha detto il titolare Alessandro Bertuccioli, come se il “Giorno della memoria” del 27 gennaio fosse una “sagra” e non la giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto. Primo Levi un giorno scrisse che se il fascismo avesse prevalso, l’Europa intera si «sarebbe trasformata in un complesso sistema di campi di lavoro forzato e di sterminio e quelle parole, cinicamente edificanti, si sarebbero lette sulla porta di ingresso di tutte le officine e di tutti i cantieri».

Allora. Il cartello è sparito in pochi minuti? Non ancora. «Se qualcuno mi dirà che lo devo togliere... ».

“Non conosco la storia”

Alessandro Bertuccioli è il titolare della officina in via Popilia e come unica attenuante ha quella della non conoscenza. Per lui quelle parole non sono legate all’orrore dei campi di sterminio: «È una bella frase che in un luogo di lavoro ci sta benissimo».

Partiamo dall’inizio. «Guardi, io non so nulla di queste cose, ho fatto la terza media e ho studiato molto poco. Mi hanno detto che quella frase viene usata dai tedeschi e penso che in un luogo di lavoro sia una frase bellissima».

Era l’insegna all’ingresso del Lager di Auschwitz. In passato sono esplose fior di polemiche per l’utilizzo in italiano, lei l’ha riprodotta addirittura in tedesco, esposta all’ingresso della sua officina. «La metà dei miei clienti è straniera, la scritta piace molto, non ci vedo nulla di male a dire che il lavoro rende liberi».

Allora. Adesso che anche lei conosce l’origine di quella frase e l’orrore del suo significato, quanto ci metterà a togliere quell’insegna? «Per me in un posto di lavoro ci sta, se però devo andare incontro a problemi e sanzioni la tolgo. Se avessi messo una svastica, Pinochet o Che Guevara, capirei, ma per una frase mi pare una polemica esagerata. Comunque io sono nato nel 1979, mi sono sempre comportato bene, non ho mai sterminato nessuno. Se viene qualcuno e mi dice che la devo togliere, vuol dire che la toglierò».

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