Non solo calcio

«Il Neri come l’Amsterdam Arena: avanti Trc, aeroporto e infrastrutture»

Il proprietario del Rimini Fc: «Spagna e Germania i modelli: stiamo stringendo accordi coi loro vivai»

«Il Neri come l’Amsterdam Arena: avanti Trc, aeroporto e infrastrutture»

Giorgio Grassi

CORIANO. Oltre Oceano li chiamano self made man, da noi si dice “us’ è fàt da per sè”. Quello che è certo è che l’intuizione di un laureato in filosofia 34 anni fa ha partorito un’eccellenza imprenditoriale oggi conosciuta in gran parte del mondo e che da poco più di un anno quel giovane diventato uomo, Giorgio Grassi, fa sognare nuovamente i tifosi biancorossi scottati da mancate iscrizioni e fallimenti in serie dopo oltre mezzo secolo di calcio professionistico.

Partiamo da lontano: come nascono l’imprenditore Giorgio Grassi e la Grabo Balloons?

«Come capita sempre in questi casi, tutto inizia all’inizio degli anni ’80 in un garage di Sant’Andrea in Besanigo. Ero disoccupato - o meglio avevo appena trovato lavoro senza ancora aver cominciato - e vedendo la foto di un palloncino realizzato in America è scattata una sorta di sfida con me stesso a trovare e creare prodotti che non c’erano sul mercato. L’idea era fare qualcosa di nuovo, non riproporre quello che facevano tutti e oggi ho con me oltre 150 dipendenti e vendiamo prodotti in quasi 100 Paesi oltralpe».

Oltre 150 dipendenti cui riserva un’attenzione particolare...

«L’impostazione della Grabo è figlia di un’idea umanistica. Qui la persona è al centro di tutto e vogliamo che impegni il suo tempo volentieri, così che si costituisca una grande forma di simbiosi fra chi lavora e chi dirige. Un’azienda praticamente a Km 0, con una media di presenza altissima favorita dal fatto che quasi tutti i lavoratori sono residenti qui e hanno iniziato con noi dal momento della fondazione. Da qui la realizzazione di un campo da calcio, l’area bambini, la sala relax, palestra, sauna, cucina… ».

Qual è invece la sua idea di sport e perché ha scelto il calcio?

«Dopo il lavoro, lo sport è la principale attività cui le persone possono e devono dedicarsi. È un’allegoria della vita e ciascuno sceglie la disciplina che meglio lo rappresenta sotto il profilo personale e anche filosofico. Al calcio mi sono avvicinato ancor più quando i miei figli hanno iniziato a praticarlo».

Un nuovo calcio è ancora possibile?

«Ancor di più, anzi è necessario. Da quando nel 2003-2004 sono entrato nei Tre Villaggi, passando poi per la creazione della Fya Riccione (un’accademia di calcio per bambini con finalità etico-sportive) e per il Rimini Fc ho sempre messo al centro di tutto anche qui la persona. Perché Rimini e il Rimini? Perché è una provincia da 330.000 abitanti nel secondo distretto turistico-industriale del Paese e deve avere un movimento sportivo che sia sotto il punto di vista dell’attività fisica che sotto quello dell’impiantistica diventi leader. Tornando al mio modo di viverlo, non posso che collegarmi alla disfatta con la Svezia di lunedì a San Siro, di cui fra l’altro sono stato facile profeta già ai tempi di Riccione, per ribadire che un altro calcio non solo è possibile, ma è appunto necessario. È necessario ripartire dai ragazzini e dalle famiglie. Soprattutto alla luce di una partita in cui è stata staccata la spina a un malato terminale, ma da cui bisogna imparare la lezione incentrando l’attenzione su due aspetti: prima di tutto su un pubblico che ha fischiato l’inno svedese facendo comprendere ancor più quanto sia settario il nostro calcio. In secondo luogo sul ct Andersson che si è messo a pulire lo spogliatoio. È la fotografia di un Paese civile che ci ha mandato a casa segnando un nostro fallimento sportivo e soprattutto sociale: non siamo più capaci a fare le cose come gli Stati di un certo tipo. Ben venga quindi la riforma dei campionati per voltare pagina e cercare di ripartire da capo».

Cosa ne pensa e cosa farà ora Tavecchio per cercare di salvare la poltrona?

«Il presidente federale stava già lavorando per ridurre i club professionistici da 102 a 80. Il nostro calcio non è infatti più sostenibile e basta vedere la Germania e la Spagna per rendersene conto: la prima ha appena 58 club professionistici e la seconda addirittura 42: questo comporta una miglior spartizione delle risorse alle società più solide, risorse con cui far crescere i giovani in maniera più strutturata, senza disperderli in una platea di club che non riescono a stare in piedi. In Lega Pro su 57 squadre, 26 sono di città con meno di 35.000 abitanti e solo 16 ne hanno più di 100.000 (compresa Piacenza che ne ha due): già questo fa capire che così non si può sostenere un calcio professionistico serio. Noi auspichiamo che alle 40 squadre di terza serie che rimarranno e fra cui ci sarà sicuramente il Rimini (se non andiamo su quest’anno, quando faremo di tutto per riuscirci, ci andremo di certo il prossimo) vengano date risorse per vivai importanti e per far crescere giocatori di categorie superiori: senza una Serie C che abbia quell’élite del calcio non ancora pronta per B e A non è possibile gettare le basi per una rinascita. Quindi più soldi per i giovani e per formare tecnici migliori con allenamenti e metodologie come quelli di Spagna e Germania che nell’ultimo ventennio hanno partorito i migliori calciatori. Proprio per questo, come Rimini Fc stiamo già attivando progetti con le scuole calcio più sviluppate di quei due Paesi. Non solo. I grandi club dovrebbero poi destinare una quota dei loro introiti per una mutualità dell’intero. E’ infatti una favola che le società si finanzino con le scuole calcio, perché i 350 euro circa a bambino non arrivano a coprire i costi del solo settore giovanile fra strutture, istruttori e attrezzature: quello che chiede il Rimini Fc è un contributo per i materiali e la sottoscrizione dell’abbonamento per la famiglia del ragazzo nell’ottica di portare bimbi, mamme e papà tutti insieme allo stadio la domenica. Poi i nostri bilanci sono lì, la trasparenza è una delle assi portanti del nostro lavoro ed è possibile controllare ogni singola voce».

A proposito di stadio, sarà la volta buona per un salto di qualità del Romeo Neri?

«Da quando siamo arrivati, abbiamo provato a sviluppare il nostro progetto, ma non avendo potuto ottenere la concessione che ci avrebbe dato più margini di azione siamo in attesa. In attesa in primis che vengano abbattute le barriere come abbiamo chiesto dall’inizio e di poter istallare vicino al tunnel da cui escono i giocatori un maxischermo di 22 metri che dia al pubblico tutti gli input su formazioni, squadre, pubblicità… ».

Non smuove la locale classe imprenditoriale neppure l’Art Bonus, con detrazione del 65% su quanto versato…

«È sufficiente un dato: dei 30.000 euro raccolti 20.000 li ha messi la Grabo. Non faccio ulteriori commenti, non vale forse neanche la pena fare ulteriori riflessioni».

Come vede il calcio oggi e domani a Rimini?

«In questi 14 mesi ho avuto modo di riflettere e parlare con tanti imprenditori e forze politiche cittadine e ho provato a sensibilizzarli sul significato e l’impatto che avrebbe potuto avere una ristrutturazione completa del Neri come nuova Città degli sport. Come struttura multieventi che ospiti incontri anche a livello internazionale di calcio e rugby, concerti, o eventi di massa un po’ come all’Amsterdam Arena, dove solo il 13 per cento del tempo e degli spazi è riservato al calcio. Mi è sembrata un’aspirazione minima per il secondo distretto-turistico industriale del Paese, con Rimini quinta e Riccione all’11ª per presenze. Fra le persone che mi hanno incoraggiato segnalo la dottoressa Patrizia Rinaldis, presidentessa dell’Aia (albergatori), che ha manifestato l’interesse suo e dell’associazione di categoria per progetti di potenziamento dell’offerta di impiantistica sportiva. Naturalmente, tutto va fatto in una progettualità d’insieme in cui si inseriscono infrastrutture, viabilità, potenziamento dell’aeroporto e, perché no, anche il completamento di un Trc che vada da Gabicce a Cattolica. Come potremo fare eventi di massa d’estate senza un trasporto pubblico rapido, efficiente e capillare sulle orme di qualunque altro grande distretto del Nord Europa? Rimini e la sua costa in questo devono essere competitivi e al passo con i tempi. Per fare lavorare uno stadio in quel modo deve passare l’idea che si possa arrivare da ovunque e bene nel centro della città e bisogna quindi tornare a lavorare come comprensorio. E’ molto difficile nutrire ambizioni o fare grandi progetti in un Neri che si avvia a festeggiare i 100 anni, è rimasto come era, non è degno di una città come Rimini né idoneo a sostenere un calcio che deve diventare volano per l’intera provincia».

Potrebbe giocare un ruolo anche la Cittadella dello Sport?

«Siamo interessati come tutti a che venga rilanciata e magari a gestirla, ma non abbiamo le risorse per completarla da soli. Potrebbe essere magari acquisita da Roma per farne un centro federale o ultimata dalla stessa amministrazione per poi darla in gestione».

Pensa che le cose che state facendo rappresentino un elemento di novità nel calcio italiano?

«Assolutamente sì. Non si può fare più calcio come lo si è fatto fino a ora, visto che subentriamo dopo tre fallimenti. E non ci risulta ci siano in giro altre società strutturate in questo modo. D’altra parte, era impensabile riproporre le stesse modalità e cioè fare la squadra, provare a salire di categoria e se ci va bene bene se no ciao a tutti. L’idea è stata lavorare da subito su un progetto sostenibile nel tempo in una società che, seppur in Serie C, aveva in quel momento 6-700 abbonamenti e un brand non più presentabile sul territorio. Oltre al calcio, abbiamo dunque pensato di mettere insieme una serie di azioni che non si erano mai viste. A partire dal rilancio del marketing, che sta iniziando a dare frutti anche grazie a un’idea nuova di comunicazione per cui ci avvaliamo di esperti qualificati con il compito di riportare in alto il nome e la reputazione del Rimini. L’obiettivo è riallargare la platea di tifosi che si sono allontanati e per riuscirci la gente deve poter intravedere i germi di una rinascita non solo sportiva ma anche etica e civica: in soldoni, che un altro calcio è possibile. Tra i social abbiamo inserito anche la nostra Web Tv, che sarà soprattutto una televisione on demand che ospiterà esperti e avrà rubriche pure su benessere e salute con un particolare taglio per chi pratica lo sport. Un’iniziativa cui teniamo è poi la Fidelity Card, che vede coinvolte da un lato le aziende che ci danno una mano sponsorizzandoci e dall’altro noi e altre società sportive che si stanno associando: l’obiettivo è dare maggiore visibilità a tutti e legare attorno a noi una nuova idea di solidarietà ma anche di iniziative commerciali. Da qui il coinvolgimento ad esempio dei Crabs, ma anche dei vivai entrati nella nostra orbita: dal Misano alla Fya Riccione passando per Stella San Giovanni, Accademia Rimini Calcio Vincenzo Bellavista, Promosport Colonnella, Sanges, Novafeltria e Cattolica per un totale di ben 3.500 bambini».

In chiusura, che futuro nel calcio vede per Giorgio Grassi?

«Il mio destino personale dipende molto da quello che succederà al calcio italiano nei prossimi mesi, da quanto il pubblico e l’imprenditoria abbiano davvero la volontà di impegnarsi sulle idee che sto proponendo e da quanta passione e amore ci sia per provare a risollevare tutti insieme la nostra terra. I romagnoli sono un popolo straordinario, ma di un’attitudine rara a esaltare sempre l’io, il proprio “particulare” e il proprio interesse con la miopia della talpa rispetto al futuro. Se non abbiamo tutti insieme una grande idea non la realizzeremo mai e quindi è difficile immaginare che un uomo solo possa fare più di tanto. In ogni campo. Quello che sto facendo è quanto di più precario uno possa immaginare, perché soggetto a una miriade di condizionamenti e di alee e per quanto mi ci possa applicare con l’ottimismo della volontà non si può dimenticare il pessimismo della ragione. Prima di tutto c’è ovviamente l’azienda, anche se il progetto del nuovo Rimini assorbe energie nervose al limite del sopportabile: ma io sono una persona cocciuta e se penso che sia giusto fare qualcosa ci provo fino in fondo. Nella mia vita la bandiera bianca è veramente l’ultima risorsa».

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