Lunedì 21 Agosto 2017 | 21:47

Gambizzato in via Carlo Zavagli

"Gli ho sparato per 500 euro"

Karim Emanuel Camaldo, esecutore materiale dell'agguato, ha deposto ieri mattina nascosto da un paravento

"Gli ho sparato per 500 euro"

I rilievi dopo la sparatoria

RIMINI. Per raccontare al giudice che la sera del 5 aprile del 2015, in via Carlo Zavagli, non voleva uccidere Augusto Mulargia ma dargli «una lezione come avevamo concordato», ha ottenuto dal tribunale di poter parlare protetto da un paravento che lo nascondesse dallo sguardo intimidatorio dell’ex compagno di cella. «Un criminale di calibro» che per armare la sua mano gli aveva promesso di liberarlo di un debito da 500 euro e di regalargli una buona dose di droga.

Attilio Da Corte Zandatina, 73 anni, “Nonno carabina”, ha ascoltato senza battere ciglio, seduto accanto all’avvocato Giuliano Renzi che lo assiste assieme al collega Cesare Brancaleoni, la piena confessione di Karim Emanuel Camaldo, 28 anni. Entrambi sono accusati di concorso in tentato omicidio. Ma il primo ha scelto di essere giudicato con rito ordinario e siede già davanti al collegio giudicante, mentre il secondo, difeso di fiducia dall’avvocato Gilberto Gianni, lunedì prossimo avrà il suo processo con rito abbreviato che, come vantaggio principale, ha quello di far ottenere di base lo sconto di un terzo della pena.

Solo una spedizione punitiva

Dettagliata la ricostruzione fatta da Camaldo di quel 5 aprile perchè, ha insistito, tutto si è svolto nel volgere di poche ore, e aveva una missione ben precisa: quella di dare una lezione a Mulargia sparito anni prima con 60mila euro che invece avrebbe dovuto consegnare ad Attilio Da Corte Zandatina. A coinvolgerlo nell’“affare” il figliastro di Nonno Carabina, una sua vecchia conoscenza che dopo avergli prospettato il progetto della spedizione punitiva, l’avrebbe fatto incontrare con il padre. Che apprezzata l’idea, li ha però messi sul chi vive per l’abilità di Mulargia nel muovere le mani. Circostanza questa che li avrebbe portati ad optare per l’uso di un’arma da fuoco. Pistola che non è stato difficile reperire perchè la famiglia Zandatina ne aveva una a nascosta in un appartamento nella disponibilità di padre e figlio. Ad incastrare Camaldo è stata non tanto la Smart utilizzata per l’agguato, ma i mozziconi di sigaretta repertati dalla scientifica durante il sopralluogo. Cicche “piene” del suo Dna. Il processo ad Attilio Zandatina Da Corte è stato quindi aggiornato. Lunedì, invece, come detto lo sparatore sarà a sua volta in aula in qualità di imputato. La difesa attende con ansia il risulto delle perizie per confermare la sua versione: ovvero che ha fatto fuoco per ferire non per uccidere.

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