Il dramma dell'anoressia

«Mia figlia era morta ma la vegliavo perché mi parlasse»

La donna russa racconta il "black out" emotivo e del dolore che l'ha spinta a occultare il cadavere

di ANDREA ROSSINI

27/05/2017 - 09:20

«Mia figlia era morta ma la vegliavo perché mi parlasse»

Katerina

RIMINI. «Aveva gli occhi aperti e le labbra socchiuse: sembrava sul punto di dirmi qualcosa e così io non ho fatto altro che attendere che lo facesse». Tornare a casa e vedere la propria figlia morta è una realtà troppo dura da accettare. «Era come se non mi rendessi conto di quello che era accaduto. Le avevo portato latte e biscotti, come mi aveva chiesto qualche ora prima, e avevo guardato un po’ la tv, convinta che lei non avesse risposto al saluto perché già addormentata. Solo quando ho notato che la ricotta, il suo pasto abituale, era tutta sul piatto sono salita sul soppalco, dove c’era il suo letto. Vedevo che era morta, ma era come se non lo capissi. Ho continuato a rivolgermi a lei, teneramente, mi sono coricata al suo fianco. Poi ho continuato ad agire come un automa: ogni mattina prima di andare al lavoro la salutavo e le auguravo una buona giornata, la sera dormivo accanto a lei. Aspettavo da un momento all’altro che mi parlasse. Nella confusione mentale in cui mi trovavo era convinta che lo avrebbe fatto... ». Gulnara Laktionova, prima di riporre il corpo in una valigia e gettarla in mare, si aspettava davvero che Katerina, la «sua bambina», principale «ragione di vita», finalmente le spiegasse una volta per tutte che cosa si nascondeva dietro al suo desiderio di scomparire, dietro a quella magrezza ossessiva. Avrebbero dovuto parlarsi prima, ma lei tornava sempre con la schiena spezzata ed era troppo stanca. E poi da sempre genitori e figli pensano sempre, sbagliando, che ci sarà ancora tempo a disposizione, fino a quando ci si accorge che è troppo tardi.

La scelta di parlare

A distanza di due mesi dal macabro ritrovamento nel porto, la donna accetta di parlare della dolorosa vicenda (al centro di un’inchiesta giudiziaria), alla presenza dell’avvocato difensore Mario Scarpa e del maresciallo dell’aeronautica in pensione che le è stato vicino nei momenti difficili. Lo fa per ringraziare quanti l’hanno sorretta nella disperazione e hanno compreso il black out emotivo del quale è rimasta vittima e l’ha portata a compiere, in quei giorni terribili, atti sconsiderati e inspiegabili. L’avvocato Scarpa, ma anche i poliziotti della Squadra mobile, il pm Davide Ercolani, gli alpini, Daria del consolato, la scuola Bertola, la coop “Punto lavoro 2006”, il parroco, il migliore amico. «Ho perso la testa. Il mondo mi era crollato addosso: ho perso lucidità e poi con il passare dei giorni ho avuto paura per le conseguenze. Non so perché non ho chiamato l’ambulanza, non avevo niente da nascondere. Solo al momento di partire per la Russia mi è balenata l’idea folle di portare Katerina con me. Così le ho tolto di dosso il pigiama, senza un motivo, e l’ho messa in valigia. Non so il perché. Non volevo separarmi da lei, ma non avevo un piano e infatti ho agito ancora di impulso quando la mattina prima di partire alla fine ho gettato la valigia in mare».

La morte di Katerina

Ma come aveva fatto a non capire che la fine della ragazza, in preda da tempo a una forma grave di anoressia, era imminente? «Non la vedevo così male, o forse anche quella era un’illusione. Speravo sempre in un miglioramento, lei non accettava l’idea di un ricovero e tanto meno quella di tornare in patria. Le piaceva Rimini anche se usciva solo per fare shopping con me e trascorreva tutto il suo tempo davanti al computer. E diceva che avrebbe voluto restare qui per sempre. Non mi importa delle conseguenze giudiziarie, ma per me è stata una consolazione vederla sepolta a Rimini, con un rito cattolico: aveva chiesto di essere battezzata e aveva già avuto dei colloqui col parroco». Gulnara è vissuta in funzione della figlia. «Le resterò accanto». «Emigrai quando era bambina (è cresciuta con la nonna) per garantirle un futuro: ho finanziato i suoi studi, si era laureata in giurisprudenza, specializzata in criminologia, sapeva l’inglese, non è vero che voleva fare la modella. Non era ossessionata dall’aspetto fisico. Averla qui con me era un sogno. Ma quando arrivò nel maggio 2015, fisicamente non era più lei. Rimasi scioccata. In pochi mesi si era trasformata. Mi sono trovata da sola e senza mezzi a combattere contro un nemico terribile: l’anoressia. E non sono riuscita a salvarla...». La giustizia italiana? La sua pena la sta scontando.

Corriere Romagna (©) - 2018 P.Iva 00357860402
logo w3c