Partita Iva forzata

Prostituta "costretta" a pagare le tasse: ricorso in commissione tributaria

L'avvocato della donna: «Non esiste un regime fiscale pensato per la sua professionee non potrà mai usufruire della pensione»

di ANDREA ROSSINI

09/05/2017 - 12:04

Prostituta "costretta" a pagare le tasse: ricorso in commissione tributaria

RIMINI. Le hanno aperto la partita Iva d’ufficio e adesso pretendono, tra tasse e pagamenti Inps, una somma di poco inferiore al conto in banca. Ma il braccio di ferro tra una prostituta “riminese” e l’Agenzia delle entrate va ancora avanti: l’avvocato Marco Lunedei è tornato a ribadire le ragioni della sua assistita: lei non intende pagare un euro visto che non esiste un regime fiscale pensato per la sua professione e che non potrà mai usufruire della pensione (nel frattempo ha perfino venduto la macchina). L’udienza si è svolta davanti alla commissione tributaria che a breve dovrà pronunciarsi nel merito della questione: intanto le ha rifiutato la sospensiva. Equitalia è già alle costole della lucciola (le contestano anche il canone Rai), pescata in quella terra di mezzo nella quale la prostituzione viene considerata un’attività “non illecita”, sebbene ci si guardi bene dal regolamentarla a dispetto dei diversi progetti di legge fermi in parlamento. La prostituta, a partire dal numero telefonico da lei inserito in una bacheca virtuale di annunci a luci rosse sul web, è incappata nella rete del Fisco. Un accertamento a macchia di leopardo, sulla falsariga di quelli che prendono di mira anche altre categorie di lavoratori più “tradizionali”. Un funzionario dell’ufficio riminese nel controllare la differenza tra la dichiarazione dei redditi della donna, praticamente pari a zero, il tenore di vita e l’ammontare dei versamenti bancari ha deciso di chiederle il conto. Troppe spese e troppi soldi contanti per passare inosservata. I funzionari del fisco sono piuttosto sicuri riguardo alla possibilità di contestare il mancato gettito fiscale dell’evasione. Una giurisprudenza consolidata dà atto infatti che anche le lucciole debbano pagare le tasse, indipendente da ogni altra valutazione. La Cassazione ha più volte ribadito che l’attività svolta dalle prostitute genera un reddito imponibile ai fini Irpef e, se effettuata in maniera abituale, è soggetta anche alla tassazione Iva. La Suprema Corte richiama un pronunciamento della Corte Europea (20 novembre 2001) che ha riconosciuto l’attività di prostituzione come una prestazione retribuita rientrante nella nozione di attività economica.

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