IL TOUR ROMAGNOLO

Saviano: «Droga, la riviera il "grande bottino" delle cosche»

«Ho inguaiato i miei cari e loro si devono nascondere, è terribile pagare per il proprio sangue»

di SIMONE MASCIA

05/04/2017 - 10:13

Saviano: «Droga, la riviera il "grande bottino" delle cosche»

RIMINI. «Non comprate marijuana o hashish, so che magari la fumerete, ma ricordate che tutta quella che passa anche qui in riviera, pure la cocaina, ed è davvero tanta, finanzia i cartelli della criminalità».

Roberto Saviano, 37 anni, chiede «un gesto di consapevolezza» agli oltre 600 studenti tra i 13 e i 15 anni arrivati ieri mattina, al teatro Novelli, per l’incontro con lo scrittore giornalista. Attorno a lui, “nascosto” nella sala e dietro le quinte, c’è l’imponente servizio di scorta che lo accompagna dal 2006.

Qualcuno dal pubblico gli ha appena chiesto come si fa a contribuire per sconfiggere la criminalità delle cosche. Lui va dritto al punto, invita i ragazzi a «informarsi», a «leggere», ad «approfondire». Lo fa senza paternali, chiarendo che la riviera è un luogo piuttosto delicato. «Per la criminalità si tratta del “grande bottino”, soprattutto negli anni Ottanta, quando le cosche venivano qua a saccheggiare e si arrivava ad aumentare il giro di affari dello spaccio del 300 per cento, con il turismo e le discoteche». Adesso la situazione è diversa ma non per questo migliore: «Il problema esiste ancora – aggiunge – ma è cambiato, c’è meno sfacciataggine, le organizzazioni criminali qui si muovono in modo più occulto e forse per questo più pericoloso».

Il giornalista sul palco parla per due ore, tra applausi, risate ma soprattutto racconti crudi fatti di sangue e criminalità. Parte dai mille aneddoti della sua vita, stravolta quando «mi sono messo nei guai a 26 anni, con quell’anticipo di 5mila euro per pubblicare “Gomorra”». Ricorda che era «felice», viveva nei Quartieri Spagnoli, a Napoli, «in affitto per 300 euro al mese». Il libro che denunciava l’impero della camorra «era partito in sordina». A Firenze, in uno dei primi incontri con i lettori «si erano presentati in tre». Eppure «il passaparola» trasformò il libro in un caso editoriale e una mattina, in un treno diretto a Nord per un incontro in libreria, Saviano riceve la telefonata che gli cambia la vita: «Erano i carabinieri, mi dicevano che ero nel mirino delle organizzazioni criminali e dovevo essere messo sotto scorta: chiesi per quanto, mi risposero “due settimane, al massimo”».

Sono passati undici anni e da allora gli risuonano nella testa le parole di un ragazzo dette in strada, «t’hanno fatto il cappotto di legno senza farti il buco». Tradotto: ti hanno messo nella bara senza ammazzarti. Macigni che si porta sulle spalle. Ma il suo dolore più grande è «verso i familiari». Un ragazzino di 13 anni, al Novelli, glielo chiede senza troppi complimenti: «Temi ripercussioni per loro?». Pausa di silenzio. «Domanda tosta», sorride amaro Saviano, che non nasconde «il profondo senso di colpa da cui non uscirò mai: li ho inguaiati e loro si devono nascondere; è terribile pagare per il proprio sangue».

Le curiosità degli studenti proseguono. Il giornalista scrittore, ora in libreria con “La paranza dei bambini”, le soddisfa tutte, o quasi. «Come si sta a alla tua età senza una donna accanto?», gli chiede uno dalla platea. Troppo personale. Lui, senza scomporsi, sorride ma non ci sta: «A questa domanda non rispondo». Si va avanti.

Si toccano anche le cicatrici che gli hanno devastato l’animo. Una ragazza gli chiede qual è la scintilla che gli ha fatto scoccare la voglia di «fare quello che ha fatto». Si tratta dell’assassinio di don Giuseppe Diana, freddato il 19 marzo del 1994 da un killer con tre proiettili al volto, a Casal di Principe, Caserta. Saviano è appena 16enne, “Gomorra” arriverà dopo una decina di anni. «Ma quella volta, con la morte di don Peppe, a cui ero molto legato, ho capito che dovevo scrivere per vendicarmi, per fare sapere, per fare conoscere, per denunciare». E infatti, a distanza di 20 anni, il giornalista ammette: «Quello che teme la camorra sono i miei lettori, ognuno di voi che oltre al cazzeggio e alla Play station può prendersi il tempo per leggere e approfondire». E l’appello è rivolto a loro. Agli oltre 600 ragazze e ragazzi, qui a Rimini. «Non cercate di essere semplici non vi fermate lì, cercate la complessità, cercate sempre di capire quello che accade attorno a voi».

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