Martedì 25 Luglio 2017 | 06:29

L'UTOPIA AFFONDATA

Addio a Giorgio Rosa l'uomo che creò l'Isola delle Rose

Nel 1968 al largo di Rimini fondò uno Stato indipendente largo 20 metri per 20. Dopo 55 giorni lo Stato italiano lo occupò poi lo fece esplodere

Addio a Giorgio Rosa l'uomo che creò l'Isola delle Rose

L'ingegnere Giorgio Rosa mentre brinda con alcuni amici

RIMINi. Si è spento ieri mattina a Bologna all’età di 92 anni l’ingegnere Giorgio Rosa. Il suo sogno si era invece spento a Rimini quasi cinquant’anni prima, nel febbraio del 1969, quando lo Stato italiano fece esplodere con due tonnellate di esplosivo l’Isola delle Rose. Il nome esatto era in realtà Insulo de la Rozoj perché su quei quattrocento metri quadrati di cemento, legno e acciaio piantati 11 chilometri e 612 metri al largo di Rimini si parlava esperanto, la moneta erano i Mill e soprattutto non si era più in Italia ma nella Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose.

L’ingegnere bolognese aveva fondato uno Stato venti metri per venti ma le aveva pensate più o meno tutte, dal Governo, formato da una Presidenza del Consiglio dei Dipartimenti, allo stemma con tre rose rosse fino all’emissione di francobolli, sempre con valuta in Mills.

L’idea gli era passata per la testa nei primi anni Sessanta, quando a Bologna, lavorando come ingegnere, si trovava di fronte al muro della burocrazia che giudicava ottusa. «Lo Stato era un nemico», ha raccontato ieri il figlio Lorenzo, raggiunto al telefono dal Corriere Romagna. Rosa decide di giocare d’astuzia e piazza i pilastri dalla sua isola esattamente 500 metri oltre il confine delle acque territoriali italiane. Nel 1964 comincia i lavori e il primo maggio del 1968 autoproclama la nascita dello Stato indipendente, anche se poi non verrà riconosciuto da nessun Governo al mondo. I primi a scatenarsi sono i giornali. Sull’Isola delle Rose viene scritta ogni genere di assurdità. A Rosa viene attribuita l’intenzione di aprire un casinò, di inaugurare un night, di voler vendere di contrabbando ma si arriva anche a ipotizzare, in piena guerra fredda, una sorta di patto con l’Unione sovietica per la gestione dei sommergibili.

«Mi ritrovai decine di pilotine di capitaneria e carabinieri attorno alla piattaforma – raccontava Rosa –. Una situazione surreale dettata evidentemente dalla paura della libertà che avevo conquistato». La libertà dello Stato al largo di Rimini in poche settimane riesce comunque a conquistare il cuore di migliaia di persone in tutta Europa. Mentre veniva eretto il muro di Berlino e mentre scoppiavano le proteste di studenti e lavoratori contro il “sistema”, in tanti – «forse troppi per la Democrazia cristiana che governava», osservava Rosa – vedevano in quell’isolotto il sogno di giustizia e uguaglianza, di pace e di progresso, oltre che dell’uso di una lingua comune non imposta.

La libertà di Giorgio Rosa muore una prima volta il 25 giugno del 1968, 55 giorni dopo la proclamazione dell’indipendenza, quando lo Stato italiano proclama l’embargo e occupa militarmente l’Insulo de la Rozoj. Passa soltanto qualche mese e arrivano le navi della Marina con gli artificieri. È la prima guerra italiana dal ’45: l’Isola delle Rose esplode e s’inabissa nel febbraio del 1969. Lorenzo Rosa si limita a far notare che «per demolire un abuso edilizio lo Stato impiega degli anni, quando va bene. All’Isola delle Rose, che non era neppure in Italia, venne riservata una delle rare esecuzioni lampo. Per mio padre fu una bastonata, avevo sette anni ma lo ricordo bene. Non ne parlammo quasi mai: restava una ferita dolorosa».

I funerali si terranno domani mattina alle 10,30 alla chiesa della Certosa di Bologna.

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