"Uccise" il marito, prende sette anni

Spinse l'uomo dalle scale durante una lite, poi ritardò i soccorsi dopo malore

18/12/2016 - 11:45

"Uccise" il marito, prende sette anni

Il luogo in cui muorì l'uomo

RIMINI. Sette anni e quattro mesi di reclusione. E’ la pena inflitta dalla corte d’assise di Rimini a Ylenia Reggiani, 22 anni. Era accusata dell’omicidio preterintenzionale del marito (doveva rispondere anche del furto dell’auto nella quale venne ritrovato il cadavere). L’imputata – che non era in aula alla lettura della sentenza – ha sempre respinto ogni addebito. «Non ho picchiato né spinto mio marito e non è vero che non l’ho soccorso quando, qualche giorno dopo, si è sentito male in macchina. Provava dolore all’addome, ma è stato lui a firmare per uscire dall’ospedale e, successivamente, a non volere chiamare l’ambulanza. Non se la sentiva di guidare ed ero convinta che stesse dormendo». Per l’accusa, rappresentata in aula del pm Elisa Milocco (aveva chiesto otto anni di reclusione), la donna qualche giorno prima, nel corso di una lite avrebbe percosso l’uomo facendolo rotolare dalle scale causandogli le lesioni che, stando alla consulenza medico-legale, sarebbero da considerarsi concausa del decesso avvenuto il 28 aprile 2014. L’uomo l’aveva raggiunta a Novafeltria: per incontrarla era “evaso” dai domiciliari, ma era nata un’accesa discussione durante la quale lei lo aveva colpito con una manata all’addome facendolo cadere. Era stata lei stessa ad accompagnare il marito – Antonio Carlone, originario di Potenza - in ospedale, ma lui era poi “scappato” rifiutando le cure. I due, a bordo di un’auto rubata a Perticara di Novafeltria (lei sosteneva di non avere saputo che lo fosse) non andarono lontano. L’uomo morì per un malore improvviso. Il triste epilogo avviene nell’area di una stazione di servizio, nel Cesenate per un’emorragia gastrica sotto gli occhi della moglie, che stando agli investigatori ritardò un po’ nel dare l’allarme. Secondo una consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero e affidata alla dottoressa Donatella Fedeli, l’emorragia interna era indirettamente riconducibile alla caduta per le scale, in quanto il fisico dell’uomo era già minato da altre patologie. L’imputata ricorrerà in appello.

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