IL CHIMICO CHE CREA I FARMACI

Da promessa del basket all'Università di Yale

Marco de Vivo: «Così studio le molecole per salvare delle vite»

di SIMONE MASCIA

02/11/2016 - 10:27

Da promessa del basket all'Università di Yale

RIMINI. Da promessa del basket a scienziato delle molecole, per combattere cancro, malattie neurodegenerative e infezioni virali. Da Rimini all’Istituto italiano di tecnologia, a Genova, passando per gli Stati Uniti, l’università di Yale, sotto la guida del premio Nobel 2009 per la chimica, Thomas Steitz.

Ne ha fatta di strada il 42enne riminese Marco De Vivo, diventato direttore del laboratorio Molecolar modeling and drug discovery, a capo di una equipe di una decina di chimici che dalla mattina alla sera ha un unico obiettivo: «Cercare di trovare le combinazioni giuste per mettere le basi della creazione dei farmaci e salvare così delle vite umane».

Lo spiega lui stesso, definendo il proprio lavoro come una sorta di «missione» alla quale si dedica «dalle otto del mattino alle otto di sera, e poi una volta a casa riapro il computer e ricomincio».

Lui, laureato in chimica, è poi partito per continuare gli studi a Trieste prima, poi a Zurigo e infine negli Stati Uniti, dove si è perfezionato nel settore della chimica computazionale. Di cosa si tratta? Lo spiega ancora De Vivo, definendolo come «il primo anello per la nascita di un farmaco, di un antibiotico, per la cui creazione occorrono in media circa dieci o dodici anni e richiede sforzi economici attorno al miliardo di euro».

Tra le infinite combinazione delle molecole si individuano infatti quelle da cui partire, con cui fare le simulazioni tramite sofisticati software di modellistica, per poi arrivare alle fasi della sintesi, della formazione del farmaco e del suo test che però appartengono ai settori della farmacologia e della medicina.

Tutto quindi ha inizio dal lavoro degli “architetti delle molecole”, categoria alla quale De Vivo appartiene, arrivando ai livelli di eccellenza, con quaranta pubblicazioni e una decina di brevetti alle spalle. «I primi tre con azione antibatterica, a Yale, dove mi sono specializzato contro le malattie virali - racconta - quelle contro cui le medicine non possono nulla e spesso portano alla morte. Lì ho lavorato spalla a spalla con chimici, biologi molecolari e farmacologi provenienti da tutto il mondo».

E sempre negli Stati Uniti, il riminese classe 1974, assicura di avere trovato «un ambiente dove tutto è efficiente, funzionale». Ma nel maggio del 2009, Da Vivo è tornato in Italia, all’Istituto tecnologico italiano, con sede a Genova, dove ha ottenuto una posizione di responsabile del laboratorio in cui si occupa dei composti molecolari di farmaci che «andranno a combattere malattie neurodegenerative e il cancro».

La lotta contro i tumori, tra l’altro, viene finanziata anche da Airc, Associazione italiana per la ricerca sul cancro che «in questo periodo sta promuovendo la campagna per le donazioni». Si tratta, anche in Italia, di un lavoro non certo semplice: «Sono tante le volte in cui non si ottiene il risultato prefisso - racconta il ricercatore riminese - ma non per questo bisogna pensare che sia un fallimento, oppure ci si deve lasciare scoraggiare: tenacia e curiosità sono le caratteristiche che permettono di non mollare mai».

Ad aiutare De Vivo a guardare avanti, inoltre, c’è anche la sua formazione riminese, come lui stesso spiega sorridendo: «Ho giocato per anni a basket, allenato da Claudio Papini e Piero Bucchi, e in quel periodo ho imparato a “sgomitare”, a essere competitivo e a raggiungere con dedizione gli obiettivi». Non solo: «Poiché adesso gestisco un gruppo di ricercatori, vesto anche i panni dell’allenatore, in un certo senso, e anche su questo versante sono stati fondamentali gli anni trascorsi a Rimini».

Già la “sua” Rimini, quella che, dice lui, «è una città meravigliosa dove vivere». E lo spiega da persona che «viaggia moltissimo per lavoro» e ha vissuto «in tanti posti diversi, tutti in diverse zone del mondo», ma non ha ancora trovato «un luogo con la qualità di vita come quelli da cui provengo». Luoghi da cui è partito oltre quindici anni fa per «disegnare molecole e bloccare le malattie», cercando di salvare così milioni di malati in attesa di una cura.

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