GUARDIA DI FINANZA

Arrestato il fondatore della "Voce"

Gianni Celli ai domiciliari, sequestro preventivo fino a 9 milioni di euro

di ANDREA ROSSINI

29/10/2016 - 10:50

Arrestato il fondatore della "Voce"

RIMINI. Con l’accusa di malversazione ai danni dello Stato, falso in bilancio e bancarotta fraudolenta i militari della Guardia di finanza di Rimini hanno arrestato Gianni Celli, fondatore ed ex editore del quotidiano romagnolo “La Voce”. L’imprenditore verucchiese, 72 anni, difeso dall’avvocato Alessandro Catrani, si trova da ieri ai domiciliari nella sua abitazione su disposizione del Gip Fiorella Casadei che ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare su richiesta del pm Luca Bertuzzi. Il provvedimento del giudice prevede anche il sequestro preventivo di beni fino a un ammontare di nove milioni di euro: i finanzieri hanno aggredito il patrimonio immobiliare intestato all’indagato e a ciascuna delle cinque società del gruppo finite nel mirino dell’inchiesta “Undertone” (La Mia Terra soc. Coop. a.r.l.; Acta Europa srl; B.P.R. Srl; S.P.I. Srl; La casa soc. coop.). Si tratta di ventiquattro tra immobili o porzioni di immobili, principalmente appartamenti (quattro a Rimini, quattro a Verucchio, tredici a Morciano di Romagna, due a Ravenna, uno a Forlì), ma anche saldi attivi dei conti correnti. Si cerca anche all’estero: una prima rogatoria è in corso a San Marino (nel corso dell’inchiesta si erano segnalati movimenti bancari con il Titano). E’ stata sottoposta a sequestro anche la testata “La Voce” (assimilabile al marchio), ma il giornale va regolarmente in edicola. Secondo l’ipotesi dell’accusa, Celli nell’amministrare la vecchia società editrice del giornale (fallita nel luglio 2015 con un “buco” di 12 milioni di euro) avrebbe dirottato i finanziamenti pubblici per l’editoria legittimamente incassati dal giornale nel periodo 2010/2013 (tre milioni e mezzo di euro) verso altre società del “gruppo”, soprattutto nel settore edilizio-immobiliare. Si tratta di somme mai restituite dalle società “altre” (alcune fallite a loro volta come la capogruppo), e utilizzate per finalità diverse da quelle prefissate dallo Stato a sostegno del pluralismo e dei giornali editi da cooperative (tra i 112 creditori del fallimento della “Voce uno”, figurano giornalisti, grafici, fotografi e relativi istituti contributivi). «Non vengono contestate – fa notare l’avvocato Catrani dopo un primo esame dei provvedimenti - ipotesi di distrazione di denari delle società a vantaggio del signor Celli o di suoi famigliari. Oggetto dell’indagine e dei provvedimenti - chiarisce il legale - rimane la complessa gestione societaria degli ultimi anni, già connotati da una profonda crisi generale e in particolare del settore, da parte dell’indagato. Abbiamo nominato il dottor Mario Ferri consulente della difesa per ricostruire ogni passaggio tecnico dell’intera vicenda. Voglio ricordare, a ogni buon fine, che per fortuna vige, nel nostro ordinamento, la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva». Così come c’è da fare un distinguo sul valore dei beni effettivamente sequestrati in queste ore: si potrà fare un bilancio più avanti. Tra gli addebiti contestati a Celli figura anche il falso in bilancio: nel tentativo di mascherare una situazione ormai irrimediabilmente compromessa avrebbe appostato tra il 2011 e il 2013 crediti verso il Dipartimento dell’Editoria della presidenza del consiglio per importi “stimati” e quindi superiori a quelli realmente erogati o vantabili. L’indagine avviata un anno e mezzo fa dagli uomini del Nucleo di polizia tributaria della finanza, guidati dal colonnello Marco Antonucci, non è ancora conclusa: potrebbe allargarsi in futuro a collaboratori o prestanome. La vicinanza temporale tra la cessione di alcuni immobili e il successivo crac, rende infatti sospette alcune operazioni. Secondo il Gip infatti Celli agirebbe «senza remore» nello spogliare dei cespiti attivi le sue società «poco prima del fallimento».

Decisivi per ricostruire i flussi di denaro da una società all’altra, a detta degli stessi investigatori, sono stati i circostanziati esposti di alcuni tra gli ex dipendenti della “Voce uno” (il primo nel gennaio 2015 di un rappresentante sindacale), rimasti a spasso dopo il crac societario. Nelle loro denunce avevano, tra l’altro, invitato a verificare se Celli si fosse mantenuto al timone del giornale anche dopo il passaggio formale alla “Voce due” (gestita da una compagine societaria dove compaiono i suoi figli). Una circostanza che evidentemente non è emersa in questa fase di indagine. E’ la ragione per cui la testata del giornale, posta sotto sequestro, potrà continuare a essere utilizzata dalla attuale società di gestione del giornale. L’amministratore giudiziario però dovrà ricalcolare intanto l’irrisorio canone d’affitto al rialzo e dare una forma giuridica congrua rispetto alla precedente scrittura privata. E’ evidente che su questo aspetto, oltre all’acquisizione da parte di società-schermo di porzioni di immobili, si dovrà fare piena luce. Viene intanto “congelato” anche il pegno che una banca riminese vantava sulla stessa testata. Alle cinque società coinvolte è stata, inoltre, applicata la misura interdittiva del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione. Celli, in queste ore, riceve attestati di solidarietà. Il giudice Casadei, però, nel riferirsi all’indagato, parla di «ostinata professionalità nel consumare atti di bancarotta patrimoniale sottraendo i beni definitivamente alla procedura fallimentare». «Né può sottovalutarsi la lucidità con cui l’indagato - aggiunge il Gip - pur di fronte a un prolungato inadempimento nella corresponsione degli stipendi abbia defraudato l’intero patrimonio societario mostrando una totale indifferenza per i diritti altrui, per l’altrui lavoro e l’altrui persone». Giornalisti che, sia quelli messi alla porta in malo modo nel cambio di società, sia quelli “superstiti” non hanno mai smesso di svolgere responsabilmente, tra mille difficoltà, il loro mestiere.

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