Domenica 25 Settembre 2016 | 17:41

IL RACCONTO

La rinascita di Keagan Girdlestone

Il ciclista professionista vittima di un incidente durante la corsa aveva aorta e giugulare tranciate. Molti lo avevano dato per morto. "Un caso da manuale"

La rinascita di Keagan Girdlestone

Lo staff dell'Infermi con Keagan finalmente sorridente

RIMINI. Finisce in bici con la testa contro il parabrezza di un’auto. Un urto violentissimo. Il taglio dei vetri gli ha reciso del tutto giugulare e carotide. Il sangue non arriva più alla testa, nemmeno l’ossigeno. La situazione è disperata, c’è chi dà quel ragazzo di appena 19 anni già per spacciato. Questione di secondi, che dividono il confine sottile tra la vita e la morte. Questione di decisioni da prendere al volo, facendo partire la macchina dei soccorsi in cui tutto deve essere sincronizzato. Perché Keagan Girdlestone - il ciclista professionista andato a sbattere contro il vetro dell’auto ammiraglia il 5 giugno scorso, durante la Coppa della Pace a Sant’Ermete - è lì riverso sull’asfalto e sembra esalare gli ultimi respiri.

Sul web la sentenza è già partita: si parla di decesso. Non per i medici, però, quelli che in gruppo, quel pomeriggio, hanno vinto nella corsa contro il tempo spuntandola nella battaglia più difficile. Partendo dai soccorsi sul posto; partendo da Emiliano Gamberini, il medico che si trova davanti a un inferno di sangue e tampona in modo parziale l’emorragia. A lui spetta il primo bivio, la prima drammatica decisione: niente elisoccorso come da protocollo, niente trasporto aereo d’urgenza verso l’ospedale di Cesena. Il tempo, quindici minuti, sarebbe troppo lungo. Sceglie una strada inusuale: ambulanza fino all’ospedale Infermi.

E’ un rischio, ma ci dovrebbe mettere circa sette minuti in meno, se tutto fila liscio. Il reparto di Rianimazione diretto da Giuseppe Nardi è quindi messo in allerta all’improvviso: in arrivo un “paziente in fin di vita con ferita penetrante alla gola”. Una taglio così profondo e netto, per stessa ammissione dei medici, «non si è mai visto: stando ai casi passati, nel giro di due o tre minuti sarebbe dovuto arrivare il decesso». Ma il ragazzo, originario del Sudafrica e da anni residente in Nuova Zelanda, è ancora vivo, l’ambulanza a sirene spiegate corre lungo le strade. La sala operatoria è allestita a tempo di record e anziché impiegare i canonici venti, venticinque minuti, quel pomeriggio se ne impiegano poco più di due. Manca però il sangue: non si conosce quello del giovane; scatta un’ulteriore corsa per portare le sacche di zero negativo, compatibile con tutti i tipi. Arriva, assieme all’ambulanza.

Tutto il personale, dai medici agli infermieri, da Michele Leone di Chirurgia vascolare, all’anestesista Antonella Potalivo ed Elisa Bartolucci di Chirurgia generale, passando per i barellieri e gli operatori socio sanitari, è già in “assetto da battaglia” e si muove all’unisono. Condizione necessaria per non essere travolti dagli eventi. E il rush finale, il passaggio di consegne, è uno dei più delicati: entrato ormai in coma profondo e con quaranta di pressione, il paziente è ancora senza ossigeno e ora deve essere “caricato” e portato dentro l’Infermi; anche qui, il minimo errore sarebbe fatale. Tempo trascorso, poco meno di mezz’ora: la chiamata al 118 è partita alle 16.40 e attorno alle 17.10 per Keagan Girdlestone inizia il delicato intervento chirurgico. Nel frattempo chiamano in ospedale: chiedono l’ora del decesso per poterlo dare ai giornali. Secca la replica: «Nessun morto, fateci fare il nostro lavoro». L’operazione termina alle 22.40: il 19enne è salvo, contro ogni pronostico.

I primi a essere informati sono i genitori, che si trovano in Nuova Zelanda: possono tornare a vivere anche loro, dopo oltre cinque ore di attesa in cui hanno lanciato appelli sul web per chiedere di pregare per loro figlio. Che intanto è stato ricoverato in Terapia intensiva: dove si sveglierà dopo tre giorni, «senza nessuno di quegli effetti collaterali che potevamo aspettarci», raccontano ancora i dottori: «Nonostante il tempo passato senza che il sangue arrivasse alla testa, il ragazzo non ha riportato danni neurologici: capiva e parlava». Poi, dopo 22 giorni trascorsi in Terapia intensiva a Rimini, è stato trasportato nel dipartimento di Neuroscienza dell’ospedale San Giorgio, a Ferrara, un centro di riabilitazione all’avanguardia dove sta recuperando lentamente l’attività nervosa e muscolare. E intanto è partita anche una raccolta fondi per un aiuto, passando dal sito https://givealittle.co.nz/cause/keepfightingkeagz/donations, permettendo così ai genitori di stare in Italia, accanto al figlio: al momento ha portato a 14mila euro. Ma il risultato più importante è che «nostro figlio è qui con noi», spiegano il padre e la madre che hanno ringraziato commossi i medici di questa missione impossibile. O meglio, di questo «caso da manuale, che finirà a breve nelle riviste scientifiche». E l’equipe dei medici non vuole sentire parlare di miracoli: «Abbiamo fatto il nostro dovere, un magnifico lavoro di squadra», spiegano poco dopo soddisfatti. Vero però che «il ragazzo è stato “preso per i capelli” e se ci fosse stato anche il minimo sbaglio e ritardo lungo tutta la catena di soccorso non saremmo riusciti a salvarlo». Questione di secondi, che dividono il confine sottile tra la vita e la morte.

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