Sabato 01 Ottobre 2016 | 22:39

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OMICIDIO DI RIVABELLA

Si è sacrificato per salvare la nipote

Lo zio proteggeva la ragazza in fuga dal marito violento: il clan familiare si vendica

Si è sacrificato per salvare la nipote

RIMINI. E’ morto per difendere il diritto della nipote, una ragazza ventenne, alla felicità, alla vita, alla libertà da un marito violento. Una “colpa” da lavare nel sangue secondo l’ottica distorta di un clan familiare di suoi concittadini legato a un codice d’onore che di certo non apparteneva alla vittima. Gli autori dell’omicidio di Petrit Nikolli, 42enne idraulico di cittadinanza italiana e origine albanese ucciso in strada a Rivabella mercoledì sera, sono stati arrestati dopo poche ore nella loro abitazione a Gorgonzola, un comune alle porte di Milano. «Sappiamo perché siete qui» hanno detto agli agenti che hanno fatto irruzione in piena notte. In manette, ad opera della Squadra mobile di Rimini, in collaborazione con i colleghi milanesi, sono finiti tre cittadini albanesi: un padre - Lek Preci, di 48 anni - e i suoi due figli - Edmond, di 25 e Altin, di 28. Il movente del delitto è di origine familiare. La vittima infatti è lo zio paterno della moglie di Edmond.

Martedì sera Petrit aveva raccolto al telefono l’ennesimo sfogo della nipote. «Mio marito mi maltratta, la vita con lui è un inferno: in casa sono trattata come una schiava dai suoi parenti».

Il giorno dopo, l’ultimo della sua esistenza, l’uomo parte da Rimini in auto assieme al nipote, fratello della ragazza, e la va a prendere a Gorgonzola. Il matrimonio è durato un anno, ma a queste condizioni non può durare. Lei ha la valigia pronta e approfitta dell’assenza degli uomini di casa, operai nelle fabbriche metallurgiche della zona, per lasciare la casa coniugale senza rimpianti. «Non preoccuparti, si sistemerà tutto, l’importante è che tu stia bene». A metà pomeriggio sono già di ritorno in Romagna. Il piano è andare a stare a casa dello zio, in via Minguzzi a Viserbella. Giusto il tempo necessario perché, passata la bufera, possa rimettersi in piedi e progettare una nuova vita, autonoma e indipendente, lontana dalla prigione di un legame senza amore e dalle vessazioni quotidiane. Petrit è un uomo generoso. Tre figli e una moglie in attesa del quarto. Ma comunque pronto ad appoggiare la ragazza nella sua scelta e a darle una mano anche economicamente. E’ un po’ un secondo padre: si sente responsabile dei due nipoti, figlio di suo fratello, cresciuti in Italia lontani dai genitori rimasti in patria. L’improvvisa assenza della giovane sposa, però, innesca una reazione incontrollata. Il marito Edmond la tempesta di chiamate, esige spiegazioni. Quando capisce che lei non è intenzionata a tornare in Lombardia, un’onta per sé e la sua famiglia, decide di andare a riprendersela. Il fratello Altin si fa prestare una Fiat Croma e si mette al volante, il padre si procura una pistola semiautomatica di piccolo calibro e lui affronta il viaggio verso la Romagna sul sedile posteriore. Verso le 22 si fanno vivi nel ristorante di Rivabella dove il fratello della moglie lavora come pizzaiolo. Lui prende tempo. «Ne parliamo dopo». Nel frattempo avverte lo zio. Petrit accorre. Il confronto avviene un’ora dopo davanti al ristorante. Altin resta in macchina. Edmond scende e affianca Lek, il padre. Spetta a lui e Petrit, i due capifamiglia, cercare di risolvere la questione. Quando diventa chiaro che il “riminese” non accetterà mai di vedere la nipote ripartire con il marito e il suocero, la discussione degenera. Una colluttazione precede il rumore dello sparo. A impugnare l’arma è Lek.

Petrit è colpito alle spalle da un unico proiettile fatale che si infila sotto la scapola sinistra. I testimoni, compreso il nipote pizzaiolo, vedono gli aggressori scappare in auto a tutta velocità. La polizia ben presto scopre l’identità dei fuggitivi che però sfuggono ai posti di blocco in autostrada. Per evitare la fuga all’estero viene avvertito il personale del porto di Ancona. Infine, dopo i contatti intercorsi con il magistrato di turno Paola Bonetti e con il sostituto procuratore Paolo Gengarelli, si opta per il fermo. Lo firmerà il pm milanese: il terzetto, infatti, ha fatto ritorno a casa. In attesa di pagare il prezzo della vendetta.

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