Venerdì 30 Settembre 2016 | 23:59

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LUPARA BIANCA

Delitto di mafia, possibile svolta dopo trentatré anni

Stesso mandante: Epaminonda, ma cambiano i killer. Il pm della Dda chiede il rinvio a giudizio per due indagati, mai sfiorati in passato dall'inchiesta sull'episodio

Delitto di mafia, possibile svolta dopo trentatré anni

Angelo Epaminonda durante un processo

RIMINI. Si profila la possibilità di un nuovo processo, a 33 anni dai fatti, sul caso di “lupara bianca” avvenuto il 29 luglio 1983, nell’ambito di una guerra tra clan. La nebulosa pista percorsa dai carabinieri del Ros, a partire da una lettera anonima in questura, ha portato all’individuazione di due persone, in passato mai sfiorate dall’inchiesta sull’omicidio di Arcangelo Romano, che portò invece all’incriminazione di altri soggetti e alla condanna definitiva a 24 anni di reclusione di Domenico Saccà (finito suicida in casa, senza spiegazioni, dopo che la storia della missiva era stata resa pubblica). Il mandante, nella nuova ricostruzione del delitto, resta lo stesso: il boss degli anni Settanta-Ottanta Angelo Epaminonda, il famigerato “Tebano”, che vive da tempo libero con una nuova identità.

Chiesto il processo. Con l’accusa di concorso nell’omicidio (aggravato dal contesto mafioso) e occultamento di cadavere (il corpo non è mai stato trovato) il pm della Dda Stefano Orsi ha chiesto il rinvio a giudizio di Salvatore De Costanzo, 69enne napoletano, residente a Riccione e di Maurizio Cavuoto, 56enne originario di San Mauro Pascoli e residente a Gambettola. Il quadro indiziario è tutt’altro che “blindato” eppure la Dda considera indispensabile l’approfondimento processuale. Si dovrà capire adesso se la prospettiva è ritenuta plausibile dal Gip. Secondo l’ipotesi del pm Orsi, il napoletano, difeso dall’avvocato Fiorenzo Alessi, avrebbe partecipato all’omicidio, per agevolare le attività criminali del clan Epaminonda. L’indagato nega al pari del presunto complice, un pescatore che attraverso l’avvocato difensore Marco Angelini ha presentato un documento secondo il quale all’epoca dei fatti era imbarcato a bordo di un peschereccio rimasto lontano dalla costa per mesi e mesi. Il giornale di bordo parla chiaro: dal 23 luglio al 13 novembre 1983. Evidentemente non è bastato a scagionarlo.

La lettera. La possibilità che non tutto fosse chiarito sul caso emerse nel dicembre 2011 quando un anonimo scrisse all’allora questore di Rimini, Oreste Capocasa, una lettera “spacciandosi” per l’assassino. «Non sono un millantatore: sono io quello che ha ucciso Romano, nel 1983. Gli ho sparato due colpi di pistola calibro 7.65 sul lato destro della testa. L’uomo condannato per l’omicidio è innocente». A riprova della sua credibilità, il misterioso anonimo allegò una mappa per consentire di ritrovare i resti del cadavere. I sopralluoghi non dettero esito, ma i carabinieri del Ros ritengono possa trattarsi di un’area vicina al fiume Marano, nel territorio di Coriano.

Il delitto. A denunciare la scomparsa del 36enne fu la sua compagna. Era l’ 1 agosto 1983: «Non lo vedo da tre giorni, credo gli sia successo qualcosa di brutto». Non si seppe più niente per diversi anni fino alla cattura e al pentimento di Epaminonda, detto il “Tebano”. Lui confessò e fece i nomi dei presunti sicari. Del corpo, nessuna traccia. L’eliminazione di Arcangelo Romano, gestore di una bisca, era il segnale che il boss faceva sul serio per ottenere il suo scopo: il monopolio del gioco d’azzardo in Romagna. Invece di rivolgersi al proprio abituale gruppo di fuoco («gli indiani») Epaminonda accettò che a sbarazzarsi della vittima fosse gente del posto. «Basta che non lo lasciate per strada».

Le nuove “rivelazioni” del Tebano. Il vecchio boss, secondo l’inedita rivelazione contenuta nel libro “I Delitti della Romagna” (Andrea Rossini, Nfc Edizioni), è stato ascoltato dagli investigatori anche di recente, dopo la riapertura del caso. L’interrogatorio avviene in una località segreta, per non mettere a repentaglio la sua nuova identità. Le sue prime rivelazioni sui nomi degli esecutori, infatti, non coincidono più con quella degli investigatori. La memoria, però, lo tradisce e addirittura confonde quel delitto con un altro: nel 1984 a Rimini fece uccidere anche Calogero Lombardo. Scoppia a ridere: «È così marginale questa straccio di storia di Rimini che poi ho mandato a far fottere tutto, manco ma lo ricordavo più». Una recita o ha davvero rimosso il passato? Non è più il re delle bische, non è più il re di niente: se chi indaga vuole una nuova verità se la deve cercare da solo.

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