Domenica 04 Dicembre 2016 | 04:55

LA VEDOVA: ORA RESTITUITEMI I SUOI OGGETTI

Macché rapina, ucciso da Al Qaeda

La verità sull'omicidio di Orfeo Bartolini morto in Afghanistan. Delitto pianificato dai capi del jihad

 Macché rapina, ucciso da Al Qaeda

RIMINI. L’uomo con la barba e il turbante, invece di rispondere alle due domande che Orfeo Bartolini si era ripromesso di fare a chiunque incontrasse sul proprio cammino (Che cosa è per te la felicità? Perché vale la pena vivere?), gli appoggiò al petto la canna del kalashnikov d’assalto Ak47S in corrispondenza del cuore e fece fuoco più volte, uccidendolo. Assieme all’odore arso della polvere, in un tratto di strada sterrata nel sud dell’Afghanistan, all’improvviso svanì dalla scena un singolare viaggiatore, attore e giramondo. E con lui il suo sogno di raccogliere le risposte degli altri per farne un libro e uno spettacolo itinerante. Era quello lo scopo dichiarato del viaggio che nella primavera del 2003, in un periodo compreso tra 45 e 70 giorni (secondo un altro dei suoi calcoli sbagliati) avrebbe dovuto portarlo da Bellaria a Calcutta, in India, sulla tomba di Madre Teresa. Dopo aver attraversato in sella a una vecchia moto Honda 600 “Parigi-Dakar” la parte più “calda” del mondo. Esattamente tredici anni fa, l’11 aprile 2003, alla porta della moglie, Liliana Giovannini, bussò il sostituto commissario di polizia Pino Franco Salerno per comunicarle che il marito era stato ucciso in un Paese lontano. “Rapina”, fu la versione di allora, avvalorata perfino dall’ambasciatore, salvo poi parlare genericamente di talebani quando una settimana dopo le forze locali in una retata catturarono, ma in un’altra zona dell'Afghanistan, i presunti assalitori di un ingegnere sudamericano ammazzato qualche tempo prima in un Paese in teoria “liberato” dagli Usa. In realtà gli assassini di Orfeo Bartolini, che non aveva ancora compiuto 51 anni, non sono mai stati catturati e non hanno mai pagato. Tra le carte dell’inchiesta, da tempo archiviata dalla procura di Roma, emerge però che non si trattò di un crimine comune. L’omicidio, un vero e proprio atto terroristico, venne pianificato in un albergo del distretto di Shajoi, in un vertice a tre al quale partecipò, secondo un rapporto segreto degli investigatori dell’epoca, il comandante dei talebani della zona, Mullah Abdullah, uomo legato direttamente a Mullah Omar, braccio armato di Al Qaeda in Afganistan. Informati della presenza dell’italiano dalla polizia locale, organizzarono l’imboscata per l’indomani a cinque chilometri dal centro abitato. Orfeo era rimasto in panne con la moto e aveva noleggiato un pulmino con un autista per percorrere, con il mezzo a bordo, la rotabile verso Ghazni. Quando scattò l’imboscata, il conducente venne lasciato andare. Bartolini fu fatto inginocchiare e venne “giustiziato” in nome del jihad. Gli assassini non toccarono né la moto, né gli oggetti di valore (orologio, bracciale e catena d’oro). La vedova, grazie all’interessamento personale del questore di Rimini Maurizio Improta, ha scoperto che è ancora tutto conservato all’ambasciata italiana a Kabul. «Restituitemi la sua roba» è l’appello della donna. Sogna di riprendersi il taccuino di viaggio del marito, magari ancora custodito nella vecchia bisaccia. Difficilmente troverà delle risposte. Erano le domande di Orfeo, uomo di pace, a spaventare quanti, ieri come oggi, vorrebbero imporci il terrore. (rossini@corriereromagna.it; twitter@euliste)

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