Domenica 25 Settembre 2016 | 09:08

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INCHIESTA DOPO ESPOSTO

Neonato morto in ospedale: 10 indagati. Ma l'Ausl esclude l'ipotesi del batterio killer

"Avvisati" medici e infermieri a loro stessa garanzia: al momento nessun altro paziente in cura per lo stesso germe. Oggi l'autopsia

RIMINI. Dieci tra medici e infermieri sono indagati dalla procura della repubblica di Rimini con l’ipotesi di omicidio colposo per la morte del neonato avvenuta domenica scorsa, 16 agosto, all’ospedale di Rimini. Si tratta di un atto dovuto, a loro stessa garanzia, per consentire la partecipazione di eventuali consulenti di parte all’autopsia, disposta dall’autorità giudiziaria, e affidata al dottor Pier Paolo Balli. L’esame, fissato per oggi pomeriggio, dovrà accertare le cause del decesso del piccolo.

La magistratura ha aperto l’inchiesta sulla tragica vicenda sulla base di un esposto-denuncia presentato, attraverso l’avvocato Sergio De Sio, dalla madre del bambino. La donna, residente nell’entroterra riminese, non si rassegna al dolore, ma non punta il dito contro nessuno: intende solo avere delle risposte. Sospetta infatti che il piccolo sia rimasto vittima da un batterio, e non di un virus come erroneamente ipotizzato in un primo momento, contratto in ospedale. Un’ipotesi ancora tutta da verificare, così come quella che proprio a quel tipo di infezione debba imputarsi il decesso: i sanitari coinvolti lo escludono e sono convinti che si chiarirà tutto dopo l’esame autoptico. In una nota ufficiale l’Ausl, per sgomberare il campo da ingiustificati allarmismi, precisa che «come ampiamente riportato in letteratura scientifica, i neonati pretermine sono soggetti ad essere colpiti da specifici batteri (principalmente klebsiella, enterobacter e citrobacter) e questo avviene comunemente in tutti i reparti di Terapia intensiva neonatale. Si tratta di casi attesi, è infatti attivo un apposito sistema di monitoraggio che consente la loro diagnosi e l’attivazione di terapie adeguate: al momento non vi sono pazienti ricoverati colpiti da tali batteri».

In attesa dell’esito dell’autopsia «e fermo restando che l’azienda garantirà la massima collaborazione» con la magistratura l’Ausl precisa anche che le «condizioni del neonato erano purtroppo già molto critiche al momento del parto» avvenuto alla 25esima settimana e mezzo «in emergenza. Il piccino, gravemente sottopeso (circa 800 grammi), ha subito manifestato emorragia cerebrale, è sempre stato tenuto in vita attraverso ventilazione meccanica e le sue condizioni non sono mai migliorate».

In pratica il bimbo, sopravvissuto miracolosamente al parto, aveva tante patologie da affrontare: una presunta “sepsi” (curabile, trattata senza particolari problemi e comune a tanti piccoli nelle sue condizioni) non avrebbe in ogni caso preoccupato più di tanto i medici. Per fugare ogni dubbio riguardo ad eventuali responsabilità la procura, comunque, ha immediatamente proceduto all’acquisizione delle cartelle cliniche e all’identificazione del personale che ha seguito l’evolversi delle condizioni del neonato. Nel racconto della madre, provata e forse comprensibilmente confusa dalla traumatica esperienza, sarebbero contenute omissioni e imprecisioni: il vaglio dell’autorità giudiziaria serve appunto a fare chiarezza. E’ l’obiettivo dell’inchiesta.

Le conclusioni, ovviamente, sono ancora di là da venire, ma l’autopsia farà da già da spartiacque. I genitori che ieri hanno notato i carabinieri bussare alla porta dell’“Infermi”, nel frattempo, possono restare tranquilli e conservare la piena fiducia nei medici e del personale di supporto, esempio di professionalità e umanità. Le statistiche descrivono, infatti, quello di Terapia intensiva neonatale come un reparto “modello” e, come si è detto, dall’ospedale escludono l’esistenza di altri casi per il particolare batterio.

Un’altra circostanza (la mamma, probabilmente sbagliando, avrebbe fatto riferimento ad altri due bimbi) sulla quale sarà chiamato a pronunciarsi il consulente tecnico del pubblico ministero. Il pm Paolo Gengarelli (il fascicolo poi sarà trattato per competenza dal procuratore Paolo Giovagnoli), infatti, chiede di verificare se altri piccoli abbiano contratto lo stesso batterio “asserito” dalla donna e se il neonato abbia ricevuto le cure adeguate.

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