Sabato 03 Dicembre 2016 | 10:38

STOP ALLO SBALLO

De Meis: «Con lo stop di quattro mesi il Cocorico chiude»

Ricorso al Tar contro il provvedimento del questore. Conferenza stampa di Fabrizio De Meis a Roma al fianco del portavoce Luigi Crespi, l'ex sondaggista di Berlusconi

De Meis:  «Con lo stop di quattro mesi il Cocorico chiude»

RIMINI. «L’annuncio di oggi è che il Cocorico chiude. Con questo provvedimento non riapre più». La decisione di fermare le danze «per 120 giorni nel periodo dove si concentra più della metà del fatturato «se non rivista, porterà al fallimento dell’azienda» e «non serve a nulla contro la droga». Il patron della discoteca riccionese, Fabrizio De Meis, la definisce una «sentenza definitiva» e preannuncia foschi scenari anche a prescindere dall’esito del ricorso davanti al tribunale amministrativo. L’imprenditore sostiene infatti che il “problema” si ripresenterà ancora senza adeguati strumenti legislativi che vengano in aiuto degli imprenditori della notte. Le proposte di De Meis sono note: una di derivazione calcistica, la possibilità di applicare il Daspo per vietare l’ingresso a chi ha precedenti per stupefacenti. L’altra riguarda l’eventualità di sottoporre al tampone salivare gli avventori all’ingresso per mettere alla porta chi ha assunto droghe. La conferenza stampa, in diretta streaming su internet, si svolge a Roma in una sala di un hotel di via Nazionale. Accanto a De Meis, a fare da portavoce e consulente per l’immagine, c’è una vecchia conoscenza di chi segue le cronache (politiche e non solo): Luigi Crespi (Datamedia) per anni sondaggista preferito di Berlusconi e ideatore del contratto con gli italiani siglato a Porta a Porta. Appare più battagliero dello stesso De Meis. Se il Cocorico resterà chiuso, è la sua facile profezia, gli spacciatori si «sposteranno altrove». De Meis ribadisce il suo rispetto per le istituzioni e per il questore Maurizio Improta. «Si tratta - riconosce - di un provvedimento a salvaguardia dei ragazzi che vanno a ballare, non è contro il Cocoricò». La questione è che lui, però, pensa a strumenti diversi e ritiene che la chiusura della discoteca rappresenti un’occasione mancata proprio per il valore della sua battaglia contro la droga lanciata in nome e per conto di quello che dagli anni Ottanta viene percepito come dai ragazzi il tempio della trasgressione. Per Crespi, De Meis «ha cercato di trasformare il Cocoricò in un baluardo del divertimento responsabile. Ha fatto tutto il possibile per combattere lo spaccio: telecamere all’interno e all’esterno della discoteca, addetti alla sicurezza che collaborano con forze ordine e hanno contribuito negli ultimi anni a centinaia di arresti». Un altro paradosso secondo il patron: più gente finisce in manette, più la discoteca rischia la chiusura. Il tono è composto e misurato, ma si torna a far leva sui “numeri”: «il mezzo milione di visitatori l’anno», e soprattutto i «duecento dipendenti (in realtà per la maggior parte si dovrebbe parlare di collaboratori ndr)», che rischiano di rimanere a spasso e «duecento famiglie in difficoltà», il presunto indotto economico. «Il fatturato annuale? Tra i 3,5 e i 4 milioni di euro, la metà concentrati in agosto». Chi ha letto i bilanci delle varie società di gestione degli ultimi anni, passati in rassegna dalla finanza (vedi altro articolo a pagina 6) sobbalza: il volume d’affari dichiarato in passato è di minore entità. In ogni caso, sulla presunta evasione De Meis risponde in maniera lapidaria. «A me non è stato notificato nulla». La risposta del patron sul trasferimento all’estero dell’attività è evasiva. «Prematuro esprimersi». Segno che conta ancora di salvare la Piramide. L’avvocato del gruppo, Alessandro Catrani, conferma che la proprietà sta valutando la possibilità del ricorso al Tar, soluzione auspicata anche dall’avvocato Massimiliano Angelini che segue gli aspetti commerciali. Il messaggio della conferenza stampa? La lotta alla droga non si vince chiudendo il Cocorico. Tutti d’accordo. Non è chiaro però perché a ergersi paladino della difficile battaglia debba essere il titolare di un locale che deve parte del successo, anche suo malgrado, all’immagine trasgressiva e nel quale si è fatto festa, a parte un minuto di silenzio, anche la sera dei funerali del sedicenne morto per ecstasy.

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