Domenica 04 Dicembre 2016 | 13:14

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SOCIAL A RISCHIO

Insulti in chat alla rivale in amore: condannata

Una 43enne pagherà 1.500 euro dopo aver attaccato "in privato" su Facebook l'amante del marito La vittima ha sporto denuncia ai carabinieri e portato le foto delle schermate con i messaggi incriminati

Insulti in chat alla rivale in amore: condannata

RIMINI. Condannata al pagamento di 1.500 euro per aver insultato la “rivale in amore” nella chat privata di Facebook. Una sentenza che deve mettere in guardia sull’uso “disinvolto” dei social network: le offese restano tali anche se non vengono pubblicate sulla cosiddetta bacheca e quindi visibili da tutti. La vicenda vede coinvolto il classico triangolo amoroso, lui, lei, l’altra. Una 43enne della provincia di Ravenna, in rotta col marito 50enne, ha scoperto che l’uomo aveva iniziato a vedersi con una 40enne bellariese. Avuta la certezza sull’identità della nuova fiamma dell’ex compagno, la 43enne ha iniziato a contattarla sul famoso social network andando giù subito in maniera pesante. Epiteti come put..., per quanto possibile erano soltanto la sfumatura più “garbata” in una serie di messaggi caratterizzati da contenuti ad alto tasso di volgarità. In una delle chat, la ex moglie prometteva alla nuova compagna del marito che sarebbe andata a trovarla per “riscuotere gli alimenti”. La bellariese ha così deciso di presentarsi dai carabinieri per sporgere denuncia, portando come “prova” gli screenshot, vale a dire le foto alle schermate con i messaggi incriminati. La questione è finita in tribunale e ieri mattina, davanti al giudice di pace, la 43enne è stata condannata per ingiuria e minacce. La difesa, affidata al dottor Patrick Wild (patrocinatore legale in sostituzione dell’avvocato Davide Grassi), ha già annunciato che una volta lette le motivazioni della sentenza è pronta a presentare ricorso in Appello. Secondo la tesi difensiva, infatti, non ci sarebbe la prova che ricondurrebbe materialmente i messaggi all’imputata, e l’indirizzo Ip del computer, da solo, non potrebbe giustificarne la condanna. In sostanza chiunque, conosciuti i dati di accesso a Facebook della ravennate, avrebbe potuto scrivere le parole ingiuriose. L’indagine non è stata svolta dalla polizia postale e gli unici elementi in mano all’accusa erano gli screenshot.

 

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