Martedì 27 Settembre 2016 | 10:41

LA MALEDIZIONE DELLA UNO BIANCA

Il figlio di Roberto Savi preso con la droga

Il trentunenne, di ritorno da un viaggio in Sudamerica, aveva in valigia un chilo di cocaina

Il figlio di Roberto Savi preso con la droga

Roberto Savi

RIMINI. Da piccolo sognava di diventare poliziotto, come il papà. Poi, dopo quello che successe più di venti anni fa, e «scoprendo via via le cose brutte che aveva fatto», rinnegò il cognome del padre, un modo di voltargli definitivamente le spalle e dichiarare al mondo la sua scelta: stare dalla parte dei “buoni”. Martedì serà, pero, Simome, 31 anni, figlio di Roberto Savi, il capo della banda della Uno bianca condannato all’ergastolo per una lunga scia di sangue, è stato arrestato all’aeroporto Marconi di Bologna. Incappato in un controllo della guardia di finanza, di ritorno da un viaggio in Costarica, è stato trovato in possesso di oltre un chilo e duecento grammi di cocaina. La droga, nascosta all’interno della valigia, sarebbe stata mimetizzata in falconi di bagnoschiuma e cosmetici. Il 31enne, incensurato, dovrà adesso spiegare al giudice la presenza dello stupefacente nel proprio bagaglio, ma la sua posizione appare complicata, anche perché è probabile che si sia trattato di un controllo mirato. La notizia dell’arresto ha stupito quanti conoscono Simone come un bravo ragazzo, lontano da certi ambienti. Poco più di due anni fa aveva accettato di parlare ai microfoni di una radio bolognese, convinto da un suo amico sacerdote. «Ricordo il giorno in cui mio padre venne arrestato anche se ero piccolo; mi trovavo in casa. Lui attaccava servizio. Casa mia si riempì di poliziotti. Mi rimase impresso in testa. Provai paura. Prima non avevo mai notato niente di strano, non c’era però niente che potessi notare a quell’età». Aveva nove anni. Anche lui una vittima della Uno bianca. «Non è stato piacevole, sono cresciuto senza un padre, scoprendo via via le cose brutte che ha fatto. Ora non ho un buon pensiero di lui». Fino a quindici anni lo andava a trovare regolarmente in cella un paio di volte all’anno, poi più niente. Da anni non risponde alle lettere. «Devo dire però che lui ha sempre detto di non ripetere i suoi errori». In una disavventura molto meno grave incappò, del tutto incolpevole, nel 2009, l’allora ventenne figlio di Fabio Savi: a inguaiarlo fu la ragazzina che si trovava con lui al momento di un controllo, nel centro di Rimini: lei aveva con sé una trentina di grammi di erba ed entrambi passarono la notte in “guardina”. Il ragazzo, ignaro che l’amica avesse delle droga in borsa, fu riconosciuto innocente e assolto dal giudice. Nell’ultima sua apparizione in un’aula di tribunale, il 29 ottobre 2013, a Rimini, Roberto Savi (che ha 61 anni) è apparso l’ombra di se stesso. Lo sfrontato criminale che si presentava sorridente davanti ai giudici e irrideva i familiari delle vittime si è trasformato in uno uomo invecchiato prima del tempo, non tanto per i capelli radi e bianchi, come la barba di un giorno, quanto per lo sguardo vuoto, rassegnato, spento. Piegato da venti anni di prigione forse più che dal rimorso, testimone oggi (se le accuse nei confronti del figlio saranno confermate) di un’altra sconfitta. (and.ros.)

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