Lunedì 05 Dicembre 2016 | 11:30

MORTI SOSPETTE IN CORSIA

«Daniela è sicura della sua innocenza: lo dimostrerà»

I parenti dell'infermiera rompono il lungo silenzio. Le due sorelle e il compagno di Daniela Poggiali affidano le loro riflessioni a una lettera

«Daniela è sicura della sua innocenza: lo dimostrerà»

RAVENNA. «Daniela, compatibilmente con il nuovo “ruolo” assegnatole, è serena proprio in quanto consapevole della sua innocenza ed altrettanto desiderosa di poterla dimostrare». Lo scrivono in una lettera fatta recapitare ieri ai giornali Luigi Conficconi, Claudia e Barbara Poggiali, rispettivamente il compagno e le due sorelle di Daniela Poggiali, l’ex infermiera dell’ospedale Umberto I di Lugo indagata per le morti sospette in corsia che secondo l’accusa della procura sarebbero state provocate con iniezioni di potassio in carcere con l’accusa di omicidio dal 10 ottobre scorso.

Nella lettera i familiari si dicono «preoccupati» per la sua salute psico-fisica e spiegano di essere rimasti «particolarmente colpiti» e «rammaricati dai toni utilizzati nei confronti e nei riguardi di Daniela». «Obiettivamente - proseguono - ben comprendiamo, anche per esserci stata spiegata, la gravità dell’ipotesi accusatoria contro di lei mossa, ma proprio in quanto Daniela è la nostra famiglia, abbiamo deciso di compattare le fila del nostro nucleo familiare e chiuderci nella nostra riservatezza».

«Sul piano umano, aggiungono in familiari, constatiamo come contro Daniela vengano usati epiteti come infermiera killer che aumentano il nostro senso di sconforto e frustrazione. Non siamo esperti di questioni giuridiche ma crediamo che una persona prima di essere condannata debba ricevere un equo processo».

Nei giorni scorsi era emerso un nuovo dato inquietante a margine dell’inchiesta condotta dalla procura di Ravenna. Stando alle statistiche dell’Ausl nell’ultimo anno in cui la Poggiali è stata in servizio si sono registrati 96 decessi di pazienti: più del doppio di quelli (45) della seconda infermiera che la segue nella particolare graduatoria e quasi il triplo (36) della terza. Il dato - “preoccupante” per gli investigatori - è contenuto nella scheda che l’Ausl di Ravenna ha consegnato alla Procura su esplicita richiesta in merito all’indagine che a ottobre ha portato in carcere la 42enne ormai ex infermiera dell’ospedale Umberto I di Lugo.

I numeri si riferiscono al periodo che va dall’aprile 2013 all’aprile scorso, quando l’apertura del fascicolo di fatto determinò prima le vacanze forzate per la donna, quindi una sospensione dal lavoro e poi a fine luglio il licenziamento (legato tuttavia a due foto che la ritraggono assieme a una paziente appena deceduta e ad un furto da 10 euro in corsia).

Alla donna è stato finora attribuito l’omicidio, con una iniezione letale di potassio, di una 78enne il cui decesso l’8 aprile ha di fatto determinato l’apertura del fascicolo. Ci sono inoltre altri 38 decessi da inizio anno, fino a quella data, di pazienti morti quando era di turno lei: per dieci di questi il pool di consulenti dei Pm titolari, Alessandro Mancini e Angela Scorza, aveva ravvisato anomalie compatibili anche con l’uso di sostanze. Tanto che concludevano la propria relazione caldeggiando un approfondimento statistico, giunto negli ultimi giorni. A questo punto non è escluso che i carabinieri possano acquisire un ultimo dato statistico: le ore di servizio di ciascun infermiere per arrivare a calcolare un indice di mortalità per ora di lavoro svolto.

Nei giorni scorsi avevano inoltre fatto il giro del mondo le foto pubblicate dal Corriere Romagna che ritraggono l’infermiera mentre fa gesti di scherno nei confronti di un’anziana che, secondo l’Ausl e la Procura, era da poco deceduta. Le immagini erano state scattate nel gennaio scorso da una giovane collega della Poggiali che, poi, gliele ha girate via Whatsapp. Le foto sono costate ad entrambe il licenziamento, impugnato dall’avvocato della Poggiali davanti al giudice del lavoro. Secondo la difesa, infatti, l’anziana - che si trovava nella stanza del tanatogramma - non era ancora deceduta. Nella perizia si farebbe infatti riferimento ad una paziente in stato di incoscienza con occhi chiusi. La collega che ha scattato le foto, però, avrebbe detto ai pm che l’anziana al momento dell’accaduto era morta: la testimonianza si trova negli allegati dell’atto di licenziamento siglato dall’Ausl di Ravenna.

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