Giovedì 08 Dicembre 2016 | 15:14

LA SPOSA BAMBINA

«Per ripianare il debito mi proposero un altro matrimonio: mi rifiutai»

«Per ripianare il debito mi proposero un altro matrimonio: mi rifiutai»

RAVENNA. Alla sposa bambina venduta, secondo l’accusa, dai genitori a soli 12 anni ad un connazionale molto più grande di lei per ripianare un debito di 30mila euro era stato anche prospettato un secondo matrimonio combinato. Un particolare agghiacciante in una storia che sembra appartenere ad un’altra epoca, raccontato dalla stessa vittima nel corso del processo che si è aperto venerdì davanti al collegio penale e che vede imputati per maltrattamenti in concorso il padre e la matrigna (difesi dall’avvocato Alessandro Reggiani di Ravenna) e l’ex “marito” (un 36enne all’epoca dei fatti residente a Forlì, assistito dall’avvocato Chiara Bezzi di Bergamo) accusato anche di violenza sessuale aggravata e atti sessuali con minori. Stando alla versione della ragazza in aula, la proposta venne avanzata dopo il suo ritorno in città dove al tempo vivevano i genitori, ambulanti attualmente residenti in un paese in provincia di Rovigo. «C’era un altro uomo che veniva a casa nostra a chiedere dei soldi - ha dichiarato - ma io non ero d’accordo». E contrario sarebbe stato anche uno dei fratelli della giovane che in una discussione con la matrigna avrebbe detto alla donna di non fare due volte lo stesso sbaglio.

Giunta dall’Asia in città con la famiglia nel 1996 quando aveva pochi anni (sulla sua età non ci sono però certezze ufficiali: in base ad un documento rilasciato in Italia risulterebbe nata il 7 giugno del 1994, ma la madre naturale, pur non riuscendo a indicare con esattezza il periodo, avrebbe collocato il parto all’inizio del 1992 mentre una consulenza osteometrica depositata dalla difesa lo farebbe risalire al 1991) sin da bambina i rapporti con i genitori si mostrarono difficoltosi, soprattutto per il suo stile di vita, ritenuto troppo moderno per le tradizioni del loro paese.

Nel 2006 il matrimonio con il connazionale, un’unione celebrata privatamente e senza valore per l’ordinamento italiano. «Le nostre consuetidini prevedono che ci si sposi molto presto - ha affermato in tribunale -. L’avevo conosciuto a Forlì e poco dopo mi propose di sposarlo». Una versione diversa da quanto dichiarato agli agenti della Squadra mobile che, insieme ai Servizi sociali, si occuparono del suo caso, a cui riferì che era stata costretta a sposarlo come contropartita di un debito. «Io non capivo, avevo solo 12 anni - ha poi proseguito - ma volevo andare via da casa, avere una vita mia».

Sognava la libertà, si trovò in un’altra gabbia. «La prima notte mi costrinse ad avere un rapporto con lui con la forza. Non volevo farlo, ma lui mi tenne ferme le mani». Fu l’inizio di un nuovo inferno che proseguì anche quando i due si trasferirono a vivere in una città del Veneto. «Era violento, geloso, mi impediva di uscire di casa, beveva sempre e alla sera mi picchiava. Una volta, dopo avermi colpito, mi disse che i miei genitori mi avevano venduto per soldi. Io non ho mai avuto il coraggio di chiedere a loro se fosse vero. Minacciò più volte di uccidermi e io facevo quello che voleva. Qualche volta avevo anche pensato di sistemare le cose con lui. Perché? E’ la mia religione che me lo dice».

 

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