Martedì 27 Settembre 2016 | 07:18

MORTI SOSPETTE IN CORSIA

Quella riunione dopo un furto

Ma nessuno osò denunciare nulla. Una superiore disse alle colleghe dell'infermiera: «Provi a parlarci qualcuno che è in amicizia con lei»

 Quella riunione dopo un furto

RAVENNA. Le colleghe dell’infermiera indagata per omicidio volontario e per i furti avvenuti all’interno dell’Ospedale di Lugo fecero anche una riunione informale tra di loro per capire come affrontare il problema. E sebbene i superiori sapevano di quegli episodi a dir poco sospetti, non vennero prese misure e nessuno pensò di informare carabinieri o polizia per avviare un’indagine.

Emerge anche questo nelle pagine dell’ordinanza che da sabato scorso costringe l’infermiera 42enne di Lugo alla misura dell’obbligo di firma per furto aggravato e peculato. Reato, quest’ultimo, dovuto al fatto che vittime di quegli ammanchi non furono solo pazienti e badanti, ma anche la stessa Ausl. L’infermiera, ora temporaneamente sospesa, avrebbe infatti portato a casa anche pasti, lenzuola e in un caso persino medicinali, nello specifico antibiotici dal valore di 600 euro. A un medico che le fece notare la cosa la donna rispose in malo modo: «Anche i miei parenti pagano le tasse». Ammettendo implicitamente a chi erano destinati quei farmaci.

Anche in quel caso, nonostante l’infermiera fosse stata colta in flagranza da due colleghe e da un medico, non ci fu nessun tipo di conseguenza: né penale, né disciplinare.

E questo è sicuramente uno di quegli aspetti che ha maggiormente colpito gli inquirenti in queste settimane di intensissima attività investigativa che ha portato i carabinieri del Nucleo Operativo - coordinati dal procuratore capo Alessandro Mancini e dal sostituto Angela Scorza - a sentire (anche più volte) oltre cento persone tra pazienti, parenti di pazienti, infermieri, dirigenti sanitari e medici.

Il quadro che emerge è alla fine inimmaginabile: il clima nel reparto di medicina era infatti contrassegnato da sospetti e furti a raffica. Sono una cinquantina quelli segnalati solo nel corso del 2013. C’è persino il caso di due infermiere che appena sentono cadere delle monete in una stanza nella quale era appena entrata la 42enne chiedono a un’anziana di controllare la propria borsa. E questa constata la mancanza di denaro.

Eppure questi episodi e tanti altri, se non ci fosse stata l’inchiesta per omicidio, non sarebbero mai emersi. Nessuno infatti sembra prendersi la responsabilità di affrontare la questione. In merito è eloquente quanto mette a verbale il 18 aprile scorso una delle colleghe dell’infermiera indagata: «Posso solo riportare un fatto in quanto da me rilevato direttamente - dice ai carabinieri -. Verso la fine dell’anno 2013 ho visto uno scatolone sopra gli armadietti. Notavo che dentro c’era un pasto interno completo di frutta e pane (...) di questo fatto ho informato la superiore e ricordo che abbiamo fatto anche una riunione, mancando proprio l’infermiera indagata, abbiamo parlato di quanto succedeva in reparto anche perché di pasti ne cominciavano a mancare troppo spesso. La superiore ricordo che disse ad alcune infermiere che erano in rapporti più di amicizia con lei di provare a parlargliene in maniera amichevole. Ma qualcuno disse che non era il caso, in quanto essere amiche era una cosa ed accusare qualcuno di furto era ben diverso. Comunque so che nessuno ne ha parlato con lei». (c.d.)

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