RAVENNA

Ravenna, chiuse il marito a chiave in casa, cinque mesi per sequestro di persona

La donna, una 30enne, era stata arrestata dai carabinieri dopo essere uscita di casa senza dare modo al coniuge di aprire la porta

di FEDERICO SPADONI

04/09/2018 - 08:33

Ravenna, chiuse il marito a chiave in casa, cinque mesi per sequestro di persona

RAVENNA. Il marito stava dormendo nel divano e lei aveva deciso di uscire assieme alla figlia. Ma tirandosi dietro la porta aveva anche dato un giro di chiavi, con l’unico mazzo presente in casa. Così quando l’uomo si è svegliato, decidendo di chiamare carabinieri, 118 e vigili del fuoco per farsi aprire, per la moglie è scattato l’arresto con l’accusa di sequestro di persona. E ieri la donna, una 30enne di origini polacche ma residente a Ravenna da 12 anni, ha patteggiato 5 mesi e 10 giorni con condizionale; una pena, quella inflitta dal giudice Beatrice Bernabei, che di norma sarebbe potuta andare da 1 a 10 anni, considerata l’aggravante di aver commesso il reato nei confronti del coniuge.

Tensioni in famiglia

Una vicenda vissuta dalla 30enne non senza incredulità. Le intenzioni, secondo la versione della donna, non erano di imprigionare il marito in casa, ma semplicemente di assentarsi per un’oretta e mezza con la figlia. Tuttavia le cose in famiglia non andavano più bene da qualche tempo: il marito se n’era andato, salvo poi essere riaccolto sotto il tetto coniugale una settimana e mezzo fa. Qui, sul divano, si era addormentato lunedì nel tardo pomeriggio. E quanto al suo risveglio non ha trovato nessuno in casa, verificando che pure il portone era chiuso a chiave non ci ha pensato due volte a chiamare i soccorsi.

Il “salvataggio”

Sul posto sono arrivati i carabinieri di via Alberoni assieme ai vigili del fuoco. L’uomo, italiano, trovato nel divano in un salotto con numerose bottiglie di birra consumate, ha lamentato di essere rimasto bloccato in casa manifestando anche un qualche malessere per il quale è stato allertato anche il personale medico. Ha anche specificato di aver provato più volte di chiamare al cellulare sia la moglie che la figlia prima di rivolgersi alle forze dell’ordine. È stato per questo motivo che i militari hanno dovuto procedere per sequestro di persona, aggravato dal fatto di averlo commesso nei confronti del coniuge. Un reato di questo tipo prevede pene severe. Si va da uno a dieci anni di reclusione. Per questo la strategia difensiva (per la donna l’avvocato Giorgio Vantaggiato) puntava all’accordo con il vice procuratore onorario Katia Ravaglioili, a derubricare il reato in violenza privata. Un tentativo che però non ha fatto breccia, lasciando come unica altra possibilità il patteggiamento.

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